3 domande sugli OGM e cosa rispondono gli scienziati

di Marco Grilli del 3 dicembre 2013

Da quando sono stati commercializzati per la prima volta, circa 20 anni fa, gli organismi geneticamente modificati dividono il mondo scientifico e l’opinione pubblica, dando vita ad accese polemiche tra sostenitori e detrattori.

Da una parte, i pro-OGM sostengono che il loro utilizzo ha aumentato la produzione agricola di oltre 98 miliardi di dollari, permettendo di evitare l’utilizzo di 473 milioni di kg di pesticidi; dall’altra, gli anti-OGM, continuano a sottolineare il devastante impatto sociale, economico e ambientale prodotto da queste nuove tecnologie.

In questo infuocato dibattito, è intervenuta anche la rivista scientifica internazionale Nature,  che ha provato a rispondere ad almeno tre importanti interrogativi che hanno acceso il dibattito pro e contro gli OGM.

  1. I raccolti OGM stanno generando delle “super-infestanti” resistenti agli erbicidi?
  2. L’introduzione del cotone geneticamente modificato ha provocato un aumento dei suicidi tra gli agricoltori indiani?
  3. In Messico i transgeni si diffondono tra le altre colture? 

Secondo Nature, per la prima questione la risposta è affermativa. Vediamo perché.
Dalla fine degli anni ’90, gli agricoltori americani hanno fatto largo ricorso ad un cotone geneticamente modificato, ingegnerizzato per tollerare un erbicida, il glifosato, commercializzato col nome Roundup dalla multinazionale “Monsanto”.

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La combinazione sembrò funzionare alla perfezione, fino a quando, nel 2004, in una contea della Georgia, fu riscontrata la presenza dell’amaranto, un vero incubo per i coltivatori di cotone del sud-est degli Stati Uniti, perché sottrae a quest’ultimo la luce, l’umidità e le sostanze nutritive del terreno. Il caso non rimase isolato: fino al 2011 salirono a 76 le Contee interessate da questo fenomeno, tanto che gli agricoltori persero fino alla metà dei loro terreni.

Nature mette però in guardia da facili conclusioni. Il problema della resistenza agli erbicidi riguarda gli agricoltori, al di là del loro ricorso a produzioni OGM. Per esempio, 64 specie infestanti si sono dimostrate resistenti all’erbicida derivato dall’atrazina, senza che sia stato fatto ricorso agli OGM, così come l’uso del solo glifosato ha migliorato la capacità di resistenza a questo prodotto da parte di molte infestanti, diffuse in almeno 18 Paesi in tutto il mondo.

Perfino la Monsanto ha modificato le sue posizoni sul glifosato, raccomandando agli agricoltori di ricorrerre all’aratura e alla maggior diversificazione dei prodotti chimici per combattere le “erbacce”.

D’altro canto, alcuni  studiosi della PG Economics hanno sottolineato che nei raccolti OGM tolleranti all’erbicida si riscontra un minor impatto ambientale, rispetto alle produzioni convenzionali su larga scala. Difficile capire però quanto possano durare questi benefici. David Mortensen, un ecologista della Pennsylvania State University, prevede che l’uso totale degli erbicidi negli Usa salirà dagli 1,5 kg/Ha del 2013 ai più di 3,5 nel 2025, proprio come diretta conseguenza del ricorso a produzioni OGM.

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La Monsanto ed altre compagnie biotecnologiche stanno ora sperimentando nuovi raccolti resistenti agli erbici, ricorrendo a diverse sostanze chimiche. Mortensen nutre però forti dubbi anche sull’efficacia di queste nuove tecnologie. Intanto,  per evitare i maggiori problemi con le infestanti, la ricetta migliore per gli agricoltori resta quella di combinare una varietà di erbicidi col maggior ricorso a pratiche agricole sostenibili.

Col secondo quesito, Nature ha cercato di capire se l’introduzione del cotone geneticamente modificato ha provocato un aumento dei suicidi tra gli agricoltori indiani. Un dibattito rilanciato dalle forti dichiarazioni della nota ambientalista e femminista Vandana Shiva, che ha messo in relazione l’ingresso della Monsanto nel mercato delle sementi (2002) con gli allarmanti dati dei 270.000 contadini indiani che si sono tolti la vita, parlando di vero e proprio genocidio.

Effettivamente, il cotone BT, particolarmente resistente all’attacco di vari insetti, è costato inizialmente agli agricoltori cinque volte di più rispetto alle varietà ibride locali. Tale situazione è stata poi aggravata da una conoscenza non troppo approfondita del prodotto e del suo utilizzo, con conseguenti raccolti inadeguati e perdite economiche. Quel che è certo è che  gli agricoltori hanno incontrato maggiori difficoltà e, date le strette del sistema creditizio, son stati costretti a rivolgersi a prestatori locali.

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Non è facile però stabilire un’immediata relazione tra il cotone introdotto dalla Monsanto e l’aumento del numero dei suicidi, come confermato da un accurato studio condotto dall’Istituto di ricerca sulla politica alimentare internazionale di Washington che, confrontando dati governativi, articoli accademici e varie fonti mediatiche, ha rilevato la stazionarietà dei suicidi tra gli agricoltori indiani (20.000 all’anno) nel periodo tra il 1997 e il 2007.

Addirittura, vi sono alcuni economisti  che sostengono  la positività dell’impatto sociale ed economico del cotone BT in India, testimoniato dalla crescita della produzione (24% per acro tra il 2002 e il 2008) e dei profitti (circa 50 % in più) per i coltivatori indiani. Questa tesi,  a sua volta, è aspramente contestata da altri economisti, che la considerano poco credibile, poiché frutto di studi di breve periodo, tra l’altro difficilmente comparabili, visto che in India non esistono quasi più aziende produttrici di cotone secondo la tradizione.

Se quindi pare errata la facile equazione Monsanto=cotone geneticamente modificato=aumento dei suicidi fra gli agricoltori indiani, è altrettanto vero che l’aumento delle produzioni non può esser ricondotto unicamente all’innovazione tecnologica del cotone BT, così che tale questione resta sostanzialmente poco chiara ed in costante evoluzione.

Eccoci quindi al terzo interrogativo: in Messico i transgeni si diffondono tra le altre colture? La questione risale al 2000, quando alcuni agricoltori della zona montuosa dell’Oaxaca, desiderosi di ottenere una certificazione per il loro mais al fine di realizzare maggiori guadagni, in seguito alle analisi genetiche si trovarono di fronte a risultati sorprendenti.

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Il loro prodotto era stato contaminato dai transgeni del mais della Monsanto, resistente agli insetti e tollerante al glifosato. Molto probabilmente, visto che la commercializzazione degli OGM non è consentita in Messico, tali transgeni derivavano da una partita importata dagli Usa, utilizzata dagli agricoltori locali che forse ignoravano il fatto che i semi fossero transgenici. Le polemiche non si fecero attendere, con una forta campagna di diffamazione contro la multinazionale Monsanto.

Tuttavia, anche i primi studi condotti nel 2002 dall’ecologista David Quist dell’Università di Berkeley, che sostenevano la possibilità dei transgeni di frammentarsi e diffondersi interamente nel genoma, subirono vari attacchi per i metodi utilizzati e alcuni limiti tecnici. Da allora, non sono seguiti molti studi specialistici e rigorosi sul tema a causa degli scarsi stanziamenti per la ricerca, così che la questione del mais transgenico è ancora aperta e insoluta.

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C‘è anche da dire che gli stessi studi portati a termine son giunti spesso a conclusioni opposte sul rilevamento delle sequenze transgeniche. Una situazione forse dovuta ai differenti metodi di campionamento utilizzati per le ricerche, che possono portare a discrepanze nella scoperta dei transgeni. Di conseguenza, variano molto anche le interpretazioni sulla diffusione di quest’ultimi nel mais messicano, che per alcuni comporta cambiamenti rilevanti nell’aspetto e nel sapore, mentre per altri migliora non solo la resistenza agli insetti, ma anche la produzione. Secondo Nature, quindi, è  impossibile al momento fare chiarezza su questo terzo quesito, che resta piuttosto oscuro e indecifrabile.

Intanto, i favorevoli e i contrari agli OGM restano barricati su posizioni inconciliabili.

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