Effetti della crisi: in tavola arrivano cibi scaduti

di Marco Grilli del 11 aprile 2014

Allarme dagli ultimi dati Istat: la disoccupazione in Italia è salita al 13%, con picchi impressionanti tra la popolazione giovanile. Una situazione critica che ormai da tempo si traduce non solo nelle lunghe file agli uffici di collocamento ma anche col generale crollo dei consumi, compresi quelli alimentari. E gli effetti sono visibili un po’ per tutti i consumi, anche quelli alimentari: in tavola arrivano cibi scaduti.

In effetti, un sondaggio online condotto dalla Coldiretti svela una realtà difficilmente immaginabile negli anni pre-crisi: nel 2013 sei italiani su dieci, pari al 59% della popolazione, hanno consumato cibi scaduti.

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Più in dettaglio, il 34% dei partecipanti al sondaggio ha ammesso di aver portato nelle proprie tavole alimenti che avevano oltrepassato la data di scadenza da una settimana, il 15% da un mese e l’8% da un tempo addirittura superiore. Senza dimenticare il fatto che una minoranza, il 2% degli intervistati, ha rivelato di non far mai caso alle indicazioni sul deperimento dei prodotti riportate sulle etichette.

«Consumare prodotti alimentari oltre la data di scadenza può esporre a rischi rilevanti per la salute, mentre nel migliore dei casi significa portare in tavola alimenti che hanno perso le proprie caratteristiche di gusto o aroma, ma anche nutrizionali. Si tratta di una tendenza preoccupante che conferma gli effetti negativi della crisi sulla qualità dell’alimentazione degli italiani che hanno dovuto tagliare la spesa, ridurre gli acquisti di alimenti indispensabili per la dieta e rivolgersi a prodotti low cost che non sempre offrono le stesse garanzie qualitative», sostiene la Coldiretti.

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Se nello scorso anno gli acquisti alimentari nel Belpaese sono calati del 3,9%, il segno più ha riguardato solamente i prodotti a basso prezzo dei discount (crescita dell’1,7%). Riduzioni significative si sono verificate nel settore ortofrutticolo, tanto che nel confronto tra l’anno 2000 e il 2013 le borse della spesa hanno perso ben 100 Kg di frutta e verdura.

Nel suo comunicato la Coldiretti ha invitato i consumatori a prender coscienza della differenza fra la data di scadenza e il termine minimo di conservazione (TMC), riportato con la dicitura “Da consumarsi preferibilmente entro”.

La prima è la data entro cui il prodotto deve esser consumato, nonché il termine oltre il quale non può esser messo in commercio. Oltrepassare il giorno indicato significa esporsi a rischi importanti per la salute. Indicata con la dicitura “Da consumarsi entro”, la data di scadenza vale indicativamente per tutti i prodotti con durabilità non superiore ai 30 giorni, applicandosi in pratica a quelli preconfezionati, rapidamente deperibili da un punto di vista microbiologico.

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Il termine minimo di conservazione indica invece la data fino alla quale il prodotto alimentare conserva le sue proprietà specifiche, qualora adeguatamente conservato. Consumare un prodotto nei giorni successivi a quello indicato dalla dicitura “Da consumarsi preferibilmente entro” non comporta quindi rischi particolari per la salute, ma solamente la perdita progressiva delle qualità organolettiche e nutrizionali dell’alimento.

Attualmente la legge prevede una scadenza prestabilita solo per alcuni prodotti, quali il latte fresco (7 giorni) e le uova (28 giorni). Per tutti gli altri alimenti sono i produttori stessi a stabilirne autonomamente la durata, in base ad una serie di fattori quali il trattamento tecnologico, la qualità delle materie prime, il tipo di conservazione o lavorazione e l’imballaggio.

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Gli effetti del mancato rispetto dei termini di scadenza variano invece a seconda dei prodotti. Nello yogurt che dura 1 mese, per esempio, oltre questo periodo si assiste unicamente alla riduzione del numero dei microrganismi vivi ma non all’alterazione dell’alimento. Discorso diverso per i pomodori pelati, la cui scadenza è generalmente fissata a 2 anni dall’inscatolamento, perché oltre tale arco temporale perdono notevolmente le loro qualità organolettiche.

Dall’indagine è emerso che la tentazione di mangiare cibi scaduti risale anche alla volontà dei consumatori di ridurre gli sprechi. Si sono espressi in tal senso il 73% degli intervistati. Condivide quest’obiettivo anche Coldiretti, che invita a realizzarlo senza però prescindere dalla qualità dell’alimentazione. Magari facendo la spesa in modo più oculato nei mercati di vendita diretta, che garantiscono prodotti più freschi e duraturi, oppure riducendo le porzioni da acquistare o riutilizzando proficuamente gli avanzi.

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Far ripartire l’economia e di conseguenza i consumi resta comunque il miglior rimedio a questa crisi, che ci sta facendo perdere perfino i sapori e il piacere dello stare a tavola.

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