Allevamenti intensivi in Italia, cosa sta cambiando

di Simona Treré del 8 marzo 2014

L’Istat ha stimato che in Italia le aziende con allevamenti sono oltre 200.000 e, fra questi, gli allevamenti intensivi sono ancora una realtà diffusa.

Uno studio realizzato dalla LAV, consultabile nel rapporto “I costi reali del ciclo di produzione della carne”, mostra come la zootecnia (ossia la produzione e l’allevamento degli animali) sia oggi la terza fonte d’inquinamento mondiale, subito dopo gli impianti industriali e i trasporti.

Il rapporto della LAV, che parla non solo di costi ambientali ma anche di costi etici e sanitari, spiega come la filiera della carne non sia affatto sostenibile.

Un altro studio, del Barilla Center of Food & Nutrition, mostra l’incidenza ambientale di una dieta a base di carne: una persona che consuma un pasto di carne al giorno ha un impatto ambientale annuale pari al consumo di 37 campi da tennis.

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Tale stima è il risultato di diversi fattori necessari per la realizzazione e il mantenimento degli allevamenti, fra cui: quantità di risorse idriche e alimentari; deforestazione e terreno utilizzato (per le strutture e la produzione di mangime); inquinamento dell’aria e dell’acqua (emissione di gas serra e utilizzo di sostanze chimiche come antibiotici, pesticidi e fertilizzanti).

Ma come sta cambiando la filiera della carne nel nostro Paese?

Per diminuire la propria impronta ecologica, e grazie agli incentivi statali degli ultimi anni, alcuni allevamenti hanno scelto di utilizzare fonti rinnovabili nei propri stabilimenti, come ad esempio l’installazione di pannelli fotovoltaici sui tetti delle stalle, impianti eolici o impianti a biogas utili per il recupero energetico di alcuni dei rifiuti prodotti (avanzi alimentari, liquami e scarti delle lavorazioni).

Però, il problema dell’impatto ambientale resta e a questo va aggiunto anche quello riguardante il benessere degli animali.

La questione è regolamentata da normative europee (sia per quanto riguarda la salute degli animali, sia per le condizioni di trasporto che per quelle di uccisione e macellazione).

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Purtroppo, le regole comunitarie sono state più volte violate dagli allevamenti italiani e non tutte le aziende si sono adeguate, motivo per cui l’Italia ha ricevuto in passato diversi richiami dalla Commissione Europea.

Eppure, ci sono delle aziende che rappresentano un’eccezione, perché stanno attuando dei cambiamenti per rendere meno sofferente la permanenza degli animali negli allevamenti.

Una di queste è la cooperativa Unipeg, operante nel settore della macellazione e lavorazione di carni bovine. Oltre 700 soci hanno aderito a vari standard di trattamento come: quantità minima di spazio a disposizione del bestiame (per permettere agli animali di potersi sdraiare); obbligo del ricambio d’aria (per evitare la concentrazione degli odori derivanti dagli escrementi); possibilità di luce naturale nelle stalle; periodo minimo di permanenza dell’animale (per limitare la crescita intensiva nel breve periodo); divieto di ormoni e di proteine di derivazione animale nei mangimi.

Inoltre, un ente terzo controlla il rispetto dei parametri prefissati e i veterinari e agronomi della cooperativa ogni anno danno un punteggio basato sul rispetto degli standard stabiliti, con l’obiettivo di raggiungere livelli di qualità sempre migliori. Per coloro che non rispettano i parametri è prevista una sanzione o, a seconda della gravità, la sospensione dalla produzione della cooperativa.

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Nonostante gli sforzi di pochi, purtroppo nel nostro Paese la situazione è tuttora ancora molto arretrata. Ci sono ancora troppi allevamenti intensivi e pochi controlli.

Cosa può fare allora il singolo consumatore?

Oltre a visitare i siti con petizioni riguardanti anche queste tematiche (ad esempio: www.change.org oppure www.firmiamo.it), può orientarsi verso scelte di consumo più consapevoli, facendo attenzione all’etichetta alimentare e preferendo carni certificate prodotte nel rispetto del benessere animale e ambientale.

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In fondo, anche lo stile alimentare di una singola persona ha sempre un effetto a livello globale.

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Giuliano novembre 25, 2014 alle 2:58 pm

Ci mancava lo studio della LAV, che mostra come la zootecnia sia oggi la “terza fonte d’inquinamento mondiale, subito dopo gli impianti industriali e i trasporti”. Attendiamo che la LAV sancisca che la quarta fonte di inquinamento è l’uomo e poi ci prepariamo tutti ad andare su Marte…
Ci mancava anche lo studio, del Barilla Center of Food & Nutrition, che “mostra l’incidenza ambientale di una dieta a base di carne, ovvero, una persona che consuma un pasto di carne al giorno ha un impatto ambientale annuale pari al consumo di 37 campi da tennis”.
Immagino le cifre spese per tali indispensabili studi ed allora mi permetto di dare un consiglio gratis a LAV e Barilla Center ecc..: NULLA SI CREA, NULLA SI DISTRUGGE, TUTTO SI TRASFORMA!!!
Datevi una mossa ed invece di criminalizzare chi sta fornendo onestamente ed eticamente le necessarie proteine animali, spendete i soldi per le vere miserie che nel 2014 umiliano l’uomo, come la fame, le malattie e la povertà.
E sporcatevi le scarpe di fango andando a visitare qualche allevamento e capirete che il benessere animale, la qualità dell’alimentazione, il controllo del farmaco, le energie rinnovabili e tutto il resto, che mostrate di scoprire un po’ in ritardo, è patrimonio acquisito da tempo, da parte di tutti gli allevamenti protetti italiani (stalle) poiché, se non fosse così, avrebbero già chiuso, per legge!!
Cosa non si fa per ottenere visibilità verso i benpensanti da salotto e vendere la propria immagine quali difensori del Pianeta, salvo poi salire su aerei ed auto per portare in giro per il mondo le proprie interessate convinzioni, inquinando!

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LAV MERDA aprile 3, 2014 alle 9:48 pm

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