Allo studio un nuovo cemento ‘vivente’ che dura molto di più

di Claudia Raganà del 20 dicembre 2012

Quante volte ci siamo trovati a guardare con aria preoccupata le crepe sui muri della nostra casa? Mentre la nostra mente si perde ad immaginare ponteggi e ci preoccupiamo per la sicurezza.

In effetti uno dei problemi più diffusi del cemento armato è la sua mancanza di resistenza alala tensione, che lo porta a creparsi. Quando le crepe si allargano, si intacca anche la parte strutturale delle staffe in ferro.

Ma qualcuno sta studiando come rendere il cemento ‘autoriparante‘ ed il segreto sarebbe riposto tutto in alcuni particolari batteri, amanti degli ambienti alcalini che, se alimentati con determinate sostanze nutrienti, sono in grado di produrre calcare, che andrà a riparare le crepe della struttura. La scoperta proviene dai laboratori di ricerca della Delft Technical University, in Olanda.

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Le applicazioni sarebbero molteplici, con un sostanziale risparmio sugli interventi di manutenzione in situazioni anche pericolose per l’uomo: dal cemento armato in strutture aeree, ai contenitori sotterranei di rifiuti pericolosi, più che nella normale gestione delle crepe dell’edilizia tradizionale.

Ma come avviene il processo di autoriparazione? Le spore dei batteri riparatori vengono inserite nella malta di calcestruzzo assieme a lattato di calcio, un componente del latte che consente ai microrganismi di nutrirsi e sopravvivere. I microbi restano dormienti fin quando non interviene l’unico elemento mancante per la loro proliferazione: l’acqua piovana.

Il che significa che ogni qualvolta il calcestruzzo si trova esposto alle intemperie i batteri, nutrendosi, cominciano a moltiplicarsi e produrre particelle di calcare che vanno a colmare i solchi del deterioramento.

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Le ricerche hanno già dato risultati positivi sulla sopravvivenza dei batteri. E’ ancora presto per stimare quando questo ‘cemento vivente’ potrà essere commercializzato. Al momento il team olandese sta cercando di creare le condizioni ottimali per far riprodurre i batteri del calcestruzzo, verificando anche l’effettiva capacità di ‘guarigione’ delle crepe e come questa possa variare se entrano in gioco altri agenti (es. escursioni termiche).

Inoltre, l’aggiunta dei batteri curativi prevede un costo iniziale da sostenere, che rappresenta il 50% del costo del cemento; pensando però ai costi di manutenzione di strutture come edifici, fondamenta, tunnel metropolitani e via dicendo, l’impatto risulterebbe decisamente sostenibile.

Forse questa interessante scoperta potrà farci dormire sonni tranquilli e senza… crepe.

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