Amianto: smaltimento, bonifica e rischi per la salute

di Erika Facciolla del 2 dicembre 2016

L’amianto, il killer invisibile, come lo definiscono i giornali.. Ma che cos’è veramente e cosa bisogna fare con l’amianto per smaltirlo? Quello che c’è da sapere nella nostra guida dedicata.

Fino all’inizio degli anni ottanta, l’amianto era praticamente ovunque e circondava tutti. Nelle strade, fungeva da copertura e coibentava case e palazzi. Il suo nome era accattivante: Eternit, che in latino vuol dire eternità.

Negli ultimi anni, specialmente a seguito delle discusse sentenze relative alle vittime dell’amianto a Casale Monferrato, si è tornati a parlare dell’amianto. Sottolineando la sua enorme pericolosità e quanto sia ancora diffuso in Italia e nel mondo.

Ma andiamo con ordine. In questo speciale, vedremo da dove viene l’amianto e il suo derivato più utilizzato, il fibrocemento, conosciuto come eternit dal nome dell’azienda che lo produceva. Faremo il quadro della situazione in Italia oggi ed infine illustreremo quali interventi di bonifica ambientale siano necessari per smaltirlo.

Che cos’è l’amianto?

Iniziamo dal nome: il termine greco ‘amianto significa letteralmente inattaccabile, incorruttibile, e serve ad indicare un gruppo di minerali formati da silicato di magnesio, calcio e ferro. L’amianto è anche detto asbesto (letteralmente “che non brucia”). Come tutti i minerali presenti in natura viene estratto da cave e miniere tramite frantumazione della roccia madre, da cui si ottiene la fibra purificata.

Oltre alla duttilità ed ai bassi costi di produzione, la principale caratteristica di questa fibra mineraria consiste nella sua incredibile resistenza alle temperature elevate, alla trazione e all’usura. Tutte caratteristiche che ne hanno fatto, per molti decenni, uno dei materiali più utilizzati nell’industria siderurgica, automobilistica, meccanica ed edile (Fonte: Ministero della Salute). E perfino come tessuto per indumenti e tute da lavoro ignifughe.

Ma l’accertamento della sua nocività per la salute dell’uomo ne ha imposto il divieto in moltissimi paesi, tra i quali l’Italia. Nel nostro Paese è bandito l’utilizzo a partire dal 1992.

Rischio amianto: quali malattie e danni per la salute comporta

La pericolosità dell’amianto consiste soprattutto nel fatto che le sue fibre si liberano facilmente nell’aria e sono potenzialmente inalabili. Specialmente le particelle sprigionate durante la lavorazione o per qualsiasi sollecitazione esterna (manipolazione, vibrazioni, correnti d’aria, infiltrazioni di umidità etc.).

Un pericolo altissimo, visto che l’asbesto, come tutti i materiali fibrosi, è molto friabile. Una volta respirato, tende ad accumularsi nei bronchi e negli alveoli polmonari provocando danni irreversibili ai tessuti, spesso di natura cancerogena.

Tra le patologie e le forme tumorali accertate derivanti dall’inalazione di particelle di amianto, quelle più pericolose e diffuse sono l’asbestosi, il mesotelioma pleurico-peritoneale ed il cancro ai polmoni, oltre a varie forme di cancro del tratto gastro-intestinale e della laringe. Ovviamente, più sale l’esposizione alle polveri di amianto, più alta è la mortalità indotta dall’insorgenza di queste patologie. I periodi di incubazione che possono arrivare a 40 anni. Ma vediamo nello specifico di cosa si tratta.

malattie amianto

Le malattie legate all’amianto

L’asbestosi consiste in un processo degenerativo polmonare che si manifesta con la formazione di cicatrici fibrose sempre più estese a lungo andare provocano un ispessimento del tessuto polmonare. Nel tempo, provoca un’insufficienza respiratoria gravissima. Per questa patologia non è stata ancora individuata una terapia specifica. Pur essendo in via di esaurimento, i casi di asbestosi sono quelli più diffusi tra i lavoratori che hanno subito esposizioni medio-alte per 10-15 anni.

Un’altra forma tumorale maligna che può colpire i polmoni in seguito all’inalazione di polveri di amianto è il mesotelioma pleurico-peitoneale. Questo tumore può insorgere anche per esposizioni specifiche relativamente limitate. I tempi di manifestazione della malattia si aggirano intorno ai 25-40 anni. Anche qui, non esistono terapie efficaci. La speranza di vita alla scoperta della malattia non supera un anno.

Discorso a parte per il cancro ai polmoni. Si tratta dell’unica delle forme tumorali ad insorgere per esposizioni non specifiche, ovvero per la combinazione di più fattori decisivi come, ad esempio, l’inalazione di particelle cancerogene e il fumo di sigaretta (che ne aumenta di 50 volte le probabilità). Il tumore polmonare resta silente per 15-20 anni, ma le probabilità di sopravvivenza sono leggermente più alte rispetto agli altri casi.

In Italia, le morti accertate dal Ministero della Salute per esposizione all’amianto sono circa 1.000 all’anno. In particolare, tra il 1988 e il 1997 si sono registrati 9.094 decessi (5.942 uomini e 3.152 donne) per tumore maligno della pleura.

Secondo un recente rapporto dell’Istituto Superiore della Sanità (La mortalità per tumore maligno della pleura nei comuni italiani) nel corso degli anni Novanta molti paesi europei hanno registrato un sensibile aumento della mortalità per tumore della pleura. Questo fenomeno è messo in relazione soprattutto alla diffusione dell’amianto avvenuta negli anni Cinquanta e Sessanta.

Davanti a queste cifre e a queste informazioni, è evidente che l’amianto e il fibrocemento sono materiali estremamente pericolosi. Ma com’è stato possibile che si sia diffuso in questo modo? Per rispondere a quest’ultima domanda, è necessario un piccolo excursus storico.

Da dove viene l’amianto e come si è diffuso?

Il massiccio impiego dell’amianto nei più svariati settori produttivi, soprattutto tra gli anni ’40 e ’80, inizia già nel 1901. In questo anno, l’austriaco Ludwig Hatschek brevetta per la prima volta una miscela di cemento rinforzata con fibre di amianto. Verrà commercializzata con il marchio Eternit dall’azienda svizzera Schweizerische Eternitwerke AG (di proprietà del commerciante Alois Steinmann) che nel 1923 cambiò nome in Eternit AG, associandolo indelebilmente al fibrocemento.

Questo materiale presenta caratteristiche di forte attrattiva per le aziende. In primis, l’incredibile resistenza alla trazione, alla corrosione, all’usura (non a caso, il termine eternit deriva dal latino aeternitas e significa “eterno”). Inoltre, un’ intrinseca leggerezza che lo rende facilmente lavorabile e adattabile a qualsiasi tipo di manufatto. Queste proprietà – insieme all’eccezionale resistenza al calore – hanno portato alla diffusione dell’amianto, che all’inizio va a sostituire o ricoprire i materiali infiammabili.

Il successo dell’eternit fu immediato. Già dal 1911 divenne il materiale più utilizzato soprattutto in edilizia, per la produzione di lastre e tegole, nonché per la realizzazione di tubi destinati alla costruzione di acquedotti che fino agli anni Settanta rappresenteranno lo standard di riferimento per tutto il comparto! Immaginate quanto ne siamo stati inondati…

Qualche anno prima, nel 1907, nacque lo stabilimento Eternit di Casale Monferrato. Per molti anni rappresentò il più grande centro di manufatti in fibrocemento d’Europa. Indimenticabili sono le fioriere che fecero la loro comparsa nelle città di mezza Italia a partire dal 1915. Oppure le lastre ondulate (1933) impiegate per la copertura di capannoni o tetti e visibili, purtroppo presenti ancora oggi in molte località italiane.

Nello stesso anno Max Schmidheiny entra nel consiglio direttivo della Eternit, divenendone in pochi anni il proprietario. Oggi i suoi eredi sono implicati nel processo torinese.

Ma l’oggetto di uso comune forse più celebre è la sedia da spiaggia Willy Guhl. Un’opera che dimostra, una volta di più l’incredibile diffusione del fibrocemento nei settori produttivi più disparati. In tal senso, l’ultima svolta avviene nel 1963 quando l’eternit poté essere ‘finalmente’ prodotto in varie colorazioni e, di conseguenza, allargare ancor di più le potenziali applicazioni.

poltrona amianto

La famosa poltrona da spiaggia di amianto di Willy Guhl

L’amianto è stato largamente utilizzato anche nell’industria termica e navale, soprattutto come isolante delle tubature e degli ingranaggi dell’oleodinamica. Inutile sottolineare che i lavoratori dei grandi stabilimenti e dei cantieri non abbiano mai avuto nessun tipo di protezione dall’inalazione pericolosa di queste polveri. Basti pensare al numero di operai morti nei capannoni della Fincantieri di Genova, La Spezia e Palermo, dove le vibrazioni degli ingranaggi durante la lavorazione causavano il distacco dei rivestimenti in amianto dalle tubature facendole circolare nell’aria.

A questo punto, è chiaro che l’eternit è altamente diffuso dappertutto. E’ presente nelle nostre case, nelle città e nei luoghi di lavoro, per non parlare dei depositi e delle discariche abusive in cui è abbandonato senza nessuna protezione.

Amianto normativa e bonifica

Abbiamo detto in precedenza come solo nel 1992 si sia arrivati a bandire l’amianto nel nostro Paese, una volta accertata la sua pericolosità per la salute dell’uomo.

In realtà, già dagli anni trenta dello scorso secolo, il fibrocemento era considerato dannoso per l’uomo e numerose ricerche degli anni ’50 lo indicavano come cancerogeno. Come sempre, però, la normativa giunge con parecchio ritardo e solo la legge n. 257 del ’92 ha regolamentato per la prima volta qualsiasi attività di commercializzazione, utilizzo e smaltimento del minerale sul territorio nazionale.

Obiettivo principale della legge è la limitazione dell’uso dell’amianto in qualsiasi settore produttivo, il divieto di introdurlo in svariate categorie merceologiche e la messa a punto di una normativa di sicurezza adeguata per la bonifica delle aree contaminate.

Il provvedimento, inoltre, vieta l’estrazione, l’importazione, l’esportazione e la produzione di manufatti contenti asbesto, fissando un tetto di 800 kg laddove l’amianto non sia sostituibile con materie prime affini.

Oltre alla legge 257 sono stati emanati alcuni decreti e circolari applicative che mirano a gestire e prevenire in maniera più rigorosa il pericolo connesso alla presenza di amianto in edifici, manufatti, coperture e nei luoghi di lavoro. Tra le tante, legge 271/1993 che emana disposizioni urgenti per tutti quei lavoratori che lavorano (o hanno lavorato) in industrie ed aziende dedite alla lavorazione dell’amianto e il decreto 20/1999 contenente normative e metodiche per la bonifica e lo smaltimento.

Sempre a partire dal 1992, è stata istituita la Commissione nazionale amianto (prevista dall’articolo 4 della legge 257), insediata presso il Ministero della Salute e incaricata di svolgere attività di ricerca sul trattamento dell’amianto in fase di bonifica e di redigere documenti-guida sulla valutazione, il contenimento e l’eliminazione di materiali contenenti asbesto.

Nonostante questo, in Italia sono ancora 2 miliardi i metri cubi di coperture in fibrocemento. Con il tempo e l’azione usurante indotta dagli agenti atmosferici, tendono a sfaldarsi in minuscoli frammenti pericolosissimi per la salute delle persone esposte all’inalazione. Recentemente, l’Espresso ha pubblicato una mappa dei siti ancora contaminati presenti su tutto il territorio italiano, evidenziando ben 57 aree critiche ancora da bonificare, per un rischio complessivo che coinvolge 6 milioni di cittadini. Secondo l’Istituto Superiore della Sanità, inoltre, nelle zone contaminate i casi di tumore sono 4 volte superiori alla media nazionale.

Le procedure di bonifica dell’amianto e le relative agevolazioni

Ma come si decontaminano le aree a rischio e quali sono le procedure di bonifica previste dalla legge? Come funzionano le agevolazioni per imprese e cittadini? Per rispondere a queste domande è essenziale sapere che lo smaltimento dell’amianto – laddove sia presente sotto forma di materiale friabile – deve essere affidato a ditte specializzate il cui elenco è depositato presso le Camere di Commercio. In generale, le bonifiche possono essere effettuate secondo tre metodiche: incapsulamento, confinamentorimozione.

L’incapsulamento consiste nel trattamento delle lastre esposte con sostanze e vernici sintetiche speciali. Queste sono in grado di inglobare e rinsaldare le fibre di amianto presenti nella matrice cementizia ed impedirne la dispersione nell’ambiente. Tali sostanze creano una sorta di film protettivo uniforme e ben distribuito che funge da membrana e preserva la copertura dall’azione logorante degli agenti atmosferici.

Il confinamento, detto anche sovracopertura, consiste nell’installazione di una barriera a tenuta per isolare le aree dell’edificio contaminate da quelle salubri. Adottata soprattutto nel caso di superfici particolarmente ampie, la tecnica del confinamento è la soluzione più pratica ed economica. Precondizione è che l’area da bonificare sia facilmente circoscrivibile e che la struttura dell’edificio permetta l’installazione della sovracopertura, che il più delle volte, comporta l’abbassamento dei soffitti. Tale bonifica può essere associata all’incapsulamento per evitare che le particelle continuino a disperdersi nelle intercapedini isolate. E’ comunque bene ricordare che entrambe le tecniche non possono considerarsi definitive, pur presentando il vantaggio di non produrre, almeno nell’immediato, materiale di difficile smaltimento.

Nei casi in cui l’incapsulamento o il confinamento non siano praticabili, la rimozione definitiva è l’unica alternativa possibile. Se la stima delle particelle disperse e disperdibili nell’ambiente è troppo alta, infatti, è necessario procedere con la sostituzione delle parti da smaltire con materiali di nuova concezione. In questo caso è essenziale che venga posta la massima attenzione alle procedure di sicurezza in tutte le fasi dell’operazione, soprattutto per non mettere a rischio la salute dei lavoratori. In tal senso, le disposizioni legislative che regolano la rimozione dell’amianto sono stringenti, sia per il produttore che per il trasportatore e lo smaltitore coinvolti nell’operazione (articolo 34 del decreto legislativo 277/1991).

La rimozione dell’amianto deve avvenire in condizioni di umidità elevata. Occorre, dunque, bagnare la superficie e procedere alla rimozione partendo dal punto più lontano dagli estrattori e seguendo la direzione del flusso dell’aria, in modo che le fibre liberate non vadano a depositarsi sulle aree già isolate. Una volta rimosso, l’amianto deve essere immediatamente insaccatosigillato, prima che abbia il tempo di asciugare. Terminata la rimozione, l’area bonificata deve essere trattata con prodotti sigillanti per fissare le fibre liberate, mentre l’imballaggio e l’allontanamento del materiale dovrà essere effettuato secondo rigidi standard di sicurezza volti a impedire la contaminazione dell’ambiente esterno.

Non meno complesso è il problema relativo allo stoccaggio e allo smaltimento dell’amianto. Il nodo centrale è dove depositare il materiale pericoloso, posto che un luogo completamente isolato ed ‘ermetico’ non esiste. Le discariche per rifiuti pericolosi, infatti, rappresentano una soluzione temporanea, di difficile gestione e molto onerosa. Ecco perché negli ultimi anni si stanno sperimentando studi e prove di laboratorio basati sulla distruzione termica, chimica o meccanica dei rifiuti contenenti amianto e la loro trasformazione in prodotti inorganici riciclabili come materie prime secondarie, in conformità con quanto stabilito dalla normativa europea e dal decreto legislativo 152 del 2006.

E i costi?

costi per la rimozione e il trattamento dell’amianto oscillano tra gli 8 e i 16 euro al metro quadro. ad incidere sull’esborso totale è la quantità di sostanza da smaltire, la distanza dal cantiere, la struttura dello stabile, eventuali difficoltà e imprevisti di natura tecnica non preventivabili, la distanza dalle discariche autorizzate.

Gli sgravi fiscali previsti sono pari al 36% per la messa in sicurezza e ristrutturazione degli edifici contenenti parti in amianto; tali benefici sono stati estesi anche all’acquisto di complessi da ristrutturare e bonificare. Le detrazioni ottenibili vengono dilazionate nell’arco di 10 anni, il tetto massimo è di 48.000 euro e per quanto riguarda la manutenzione ordinaria e straordinaria è prevista una riduzione dell’Iva al 10%.

Alcune forme di tutela e agevolazioni economiche sono state varate anche per i lavoratori che sono o sono stati esposti all’inalazione di amianto. I benefici previdenziali sono contenuti nel decreto 269/2003 che sancisce che i periodi di esposizione all’asbesto devono essere moltiplicati per 1,25 rispetto all’importo pensionistico complessivo emesso dall’INAIL. È prevista anche l’anticipazione dell’età minima pensionabile e una serie di provvedimenti legati all’insorgenza di malattie dovute all’inalazione di microfibre nocive. Tali provvedimenti sono stati varati pensando soprattutto ai lavoratori della zona di Casale Monferrato, a quelli dell’ ILVA di Taranto e ai tanti operai dei cantieri navali della Fincantieri di Genova. Tutti siti in cui si è registrato un tasso di mortalità per l’effetto cancerogeno dell’amianto mai conosciuto prima.

amianto bonifica

Smaltimento di tettoie in amianto

È inutile ricordare che tutti coloro che non l’hanno già fatto devo assolutamente provvedere alla bonifica del proprio stabile.

Il pericolo è serio, concreto, micidiale e la sua risoluzione non può essere rimandata. Liberarsi dell’amianto nei termini e nelle modalità previste dalla legge è un impegno inderogabile verso noi stessi, l’ambiente e la società in cui viviamo. Ed è anche l’unica maniera per evitare che la lista nera dei morti per amianto si allunghi ulteriormente.

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