Anche il Chianti si converte alla bioarchitettura: Antinori sceglie di stare sottoterra e di avere le vigne sul tetto

di Erika Facciolla del 24 agosto 2013

Invisibile, discreta ma operosa quanto una cantina ‘tradizionale’. Quella progettata per la produzione del Chianti Classico Marchesi Antinori ha tutta l’aria di essere un’opera bio-architettonica straordinaria, concepita non solo per diventare il fiore all’occhiello della storica Casa fiorentina, ma soprattutto per custodire nel ventre della Maremma toscana i segreti di un vino tra i più pregiati del Made in Italy.

Ci sono voluti sei anni di lavori, due incisioni quasi invisibili nel fianco della collina che costeggia la Firenze-Siena e tanta lungimiranza, ma alla fine il risultato non ha deluso le aspettative: un immenso laboratorio del vino nella pancia del più tipico dei paesaggi toscani, con le vigne sul tetto!

SPECIALE: Vini bio, Toscana al top!

Qualità a centimetro zero, verrebbe da dire, ma dietro al mirabolante progetto del quartiere generale Antinori c’è molto di più. C’è la volontà di proseguire una tradizione centenaria in chiave moderna; c’è il desiderio romantico di consegnare alle generazioni future un tesoro ancora più prezioso; ma su tutto c’è la volontà concreta di rendere più sostenibile la filiera produttiva di un vino, il Chianti, in perfetta armonia sia con la ‘terra’ che con il ‘territorio’ circostante.

La cantina è completamente interrata nella pancia della collina, è disposta su più livelli per sfruttare la forza di gravità per la vinificazione naturale ed attrezzata per una produzione annuale da 2,5 milioni di bottiglie all’anno. Il complesso comprende anche un museo dedicato al vino, un ristorante, una bottega dei sapori, una libreria e un auditorium della capienza di 250 persone. Già da febbraio, la cantina è aperta a visite guidate e itinerario eno-turistici che permettono di visitare gli ambienti principali e seguire da vicino le fasi del processo produttivo.

FOCUS: Vino naturale, biologico o biodinamico: che differenza c’è?

L’industria, dunque, inglobata nella campagna, in modo da preservare la bellezza del paesaggio e rafforzare ancor di più quel legame viscerale che lega il vino alla sua terra d’origine. Il progetto, infatti, integra e dissimula perfettamente il complesso industriale attraverso una copertura esterna che fa da ‘piano di campagna’ coltivato a vigneto i cui tagli orizzontali consentono alla luce di penetrare all’interno. Difficile parlare di ‘facciata’ ed ‘edificio’ quando l’ingresso è adagiato orizzontalmente sul fianco del pendio naturale i cui profili sono scanditi dai filari delle viti che fungono da ‘rivestimento’.

Un capolavoro architettonico che ha già trovato ammiratori in tutto il mondo e che potrebbe diventare il primo esempio concreto di architettura (veramente) sostenibile.

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