Anche la popolazione sta scoprendo l’inquinamento cinese

di Luca Vivan del 11 giugno 2014

L’inquinamento cinese è un problema che tiene sotto scacco autorità e popolazione: vediamo cosa pensano e come si organizzano i cinesi.

Napoleone Bonaparte disse che quando la Cina si sarebbe svegliata il mondo avrebbe tremato. Negli ultimi vent’anni abbiamo potuto constatare con i nostri occhi questa previsione. E se i Cinesi si svegliassero rispetto al loro modo di produrre e anche di inquinare?

Anche questa ipotesi sta diventando sempre più concreta. I Cinesi, a dispetto dei pregiudizi occidentali, non sono un popolo ubbidiente e servile, i danni ambientali della loro super crescita industriale cominciano infatti ad essere un elemento di preoccupazione diffuso. Lo dimostrano le massicce proteste avvenute nel sud della Cina, a Maomig, contro la costruzione di una raffineria di petrolio. A fine marzo si sono radunate 1000 persone contrarie al massiccio impianto industriale, nel giro di cinque giorni i manifestanti sono aumentati fino a 20mila con scontri anche gravi contro le forze di polizia.

Un NIMBY in salsa cinese che però ha caratteristiche abbastanza diverse da quelle occidentali e che può sembrare strano a chi si immagina la Cina come un paese gestito col pugno di ferro e dove nessun dissenso è tollerato: anzi, per le autorità centrali, le proteste spesso rappresentano un modo di controllare la nomenklatura di periferia e non esiste indice più affidabile delle proteste se si parla di delegittimazione delle leadership regionali.

CINA E INQUINAMENTO:

Le proteste violente in Cina tra l’altro non sono così rare, anzi sembrano costituire una delle poche misure che la popolazione può adottare, a causa della scarsa partecipazione democratica alle scelte collettive. In questo caso, la miccia della rivolta popolare è dovuta al paraxylene, un idrocarburo necessario per produrre bottiglie di plastica e poliestere. La Cina è il più grande utilizzatore di paraxylene e metà del suo fabbisogno deve essere importato. La raffineria di Maomig servirebbe proprio a garantire al paese una maggiore indipendenza.

Inutile dire che questo idrocarburo è nocivo per la salute umana, la sua produzione infatti comporta notevoli rischi per gli organi respiratori e la pelle, nonché per le donne incinte. L’alto grado di infiammabilità non ne rende il vicino di casa migliore e così gli abitanti di Maomig hanno iniziato a preoccuparsi seriamente.

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Una gigantesca raffineria significa anche benefici economici per una comunità, è innegabile, a patto di rispettare le misure di sicurezza e offrire buone garanzie. La popolazione locale, come in altre parti della Cina, però non nutre così tanta fiducia in un apparato statale che ha condotto uno sviluppo senza regole e irresponsabile.

I risultati di questo impetuoso sviluppo sono ormai evidenti da anni. Nelle maggiori città del Paese, la qualità dell’aria è così compromessa che lo spettro di inquinamento varia da “moderatamente pericoloso” a “estremamente insalubre.” La produzione di diossido di carbonio è ormai raddoppiato rispetto agli Stati Uniti, i secondi in questa classifica, e un quarto del paese è a rischio desertificazione.

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E’ normale che di fronte a seri rischi per la salute umana e ambientale i soli benefici economici non possano più tenere calma la popolazione, che dopo inflazione, corruzione e ineguaglianza, considera l’inquinamento tra i più gravi problemi del paese. Metà delle proteste del 2013 hanno infatti avuto come motivazione principale proprio la causa ambientale.

Il Governo cinese ha deciso così di correre ai ripari destinando fondi per prevenire la deforestazione o per trattare le acque inquinate, tutto questo in una nazione dove non è esistito un ministero dell’ambiente fino al 2008.

Il problema di fondo è che il PIL è considerato un valore decisamente più importante dell’ambiente e del rispetto dei lavoratori. E come nel caso di altre economie, europee o americane, se non c’è un cambiamento di valori e quindi di priorità, le misure dei Governi, per quanto rigide, rischiano sempre di scontrarsi con la corruzione e il cinismo.

Il problema non è ovviamente circoscritto alla Cina, che in qualche modo, è una creatura dell’accumulo e del consumo selvaggio sviluppato in seno alla nostra cultura. Ricordiamoci che ci sono anche aziende italiane che producono in Cina, stimolate propria da questa deregolamentazione sociale e ambientale.

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Le proteste sono destinate ad aumentare nei prossime mesi e anni. Finché non avverrà una transizione ad un’economia diversa, dove la ricchezza non viene accumulata in poche mani e dove preservare la natura fa parte degli interessi in campo – cosa rimarrà della gloriosa Cina tra 20 o 30 anni di questo passo? – servirà a poco sedare le rivolte, perché la popolazione cinese sta diventando più istruita e nonostante le forti censure, anche del web, inizia seriamente a mobilitarsi.

Del resto, il ricorso al carbone ed il petrolio, presto non sarà più vantaggioso nemmeno per il capitalismo rampante della Cina e il ricorso a energie rinnovabili sarà così necessario.

 

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