Anche le aree protette a rischio per le alluvioni

di Claudio Riccardi del 29 novembre 2012

Allagamenti, frane, smottamenti, distruzione. Il tutto dopo soli due-tre giorni di pioggia. Le recenti alluvioni che hanno flagellato Toscana, Umbria e Lazio riportano l’attenzione sulla fragilità idrogeologica dell’Italia. Non è possibile che ogni volta il cielo scarichi a terra dell’acqua si verifichino delle catastrofi, verrebbe da dire, ed invece è così.

Senza tirare continuamente in ballo i cambiamenti climatici, qui c’è anche qualcos’altro, in particolare la mancata messa in sicurezza di aree a rischio, la cementificazione selvaggia, ambienti letteralmente violentati e lasciati inermi al loro destino.

L’acqua con il suo impeto, e senza freni naturali, colpisce centri abitati, zone industriali, aree agricole, e persino parchi protetti. Il Lago di Burano, la Laguna di Orbetello e il Bosco di Rocconi, in Toscana, e il Lago di Alviano, in Umbria, sono le Oasi WWF uscite letteralmente con le ossa rotte dall’alluvione. In particolare Alviano, sul Tevere, è finita per ben 4 metri sotto il livello d’acqua e risulta aver subito danni per molte decine di migliaia di euro. Questa la prima stima determinata da ponti crollati, cartelli, staccionate, bacheche divelte,osservatori per uccelli, isolotti e rifugi per animali sommersi.

Le Oasi WWF sommerse dal maltempo hanno svolto (loro malgrado, ma per fortuna dell’uomo) la funzione di ‘cuscinetto’ contro straripamenti, dissesti e frane, poiché grazie alla propria vegetazione trattengono e proteggono terreno e sono in grado di assorbire l’acqua (piovana e dei corsi d’acqua) che invece il resto del territorio – sempre più cementificato e reso impermeabile da case, infrastrutture e asfalto – ormai non è più in grado di incamerare.

Un altro dato: in Italia il consumo di suolo in un territorio già fragile e ipercementificato nei prossimi 20 anni sarà di 75 ettari al giorno. Su questo vanno innestati i fenomeni climatici, estremi ma sempre meno straordinari. Dunque, oggi più che mai si rendono necessari seri piani per il risanamento del territorio e del dissesto idrogeologico a scala di bacino idrografico, incorporando l’aumento del fattore di rischio provocato dai cambiamenti climatici.
L’adattamento ai cambiamenti climatici implica un ripensamento della gestione del territorio basato prioritariamente sul mantenimento della vitalità dei sistemi naturali.

E’ soprattutto il WWF che si muove in questa direzione. L’organizzazione chiede che l’Italia applichi correttamente due direttive europee fondamentali per riaffermare un governo adeguato del territorio e delle acque: la direttiva quadro Acque (2000/60/CE) e la direttiva rischio alluvionale (2007/60/CE) e che siano istituite le Autorità di distretto. Solo sistemi naturali in condizioni di salute e vitalità possono infatti aiutare i processi di adattamento ai mutamenti climatici e costituire la base fondamentale per il “ben-essere” dei sistemi umani.

D’altra parte sempre il WWF ritiene improrogabile un cambio di passo nei negoziati internazionali sul clima (il 26 Novembre, a Doha, si terrà la Conferenza ONU degli Stati che hanno sottoscritto la Convenzione sul Clima): serve darsi una mossa, e in fretta.

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