Animali in gabbia: la situazione degli animali in cattività in Italia

di Claudio Riccardi il 24 settembre 2012

Non sono felici, non possono muoversi in spazi adeguati, le loro “case” recintate non assomigliano minimamente agli ambienti di provenienza. E per di più, spesso sono costretti alla fame, fino a che non ce la fanno più, si accasciano, e muoiono. Putroppo però la sorte degli animali che vivono negli zoo italiani interessa alle associazioni animaliste e a pochi altri.

Si propongono al pubblico con diversi nomi: zoo-safari, parchi natura, acquari, mostre faunistiche, fattorie didattiche, zoomarine, bioparchi. Nomi esotici e ultramoderni, dietro cui in realtà si nascondono spesso strutture polverose, fatiscenti, gestite in totale sfregio delle normative.

Si attende l’avvio della legge comunitaria che dovrebbe dar forma ai cosiddetti ‘giardini zoologici‘, strutture inserite in programmi di ricerca scientifica per educare alla conservazione della biodiversità. Ma dopo 13 anni di annunci, revisioni e rinvii, il provvedimento non è ancora partito.

E allora ecco che proliferano decine di recinti senza licenza, dove imprenditori e famiglie circensi possono liberamente esporre ogni specie di animale esotico: leoni, tigri, lemuri, scimpanzé, giraffe, boa, coccodrilli, cicogne, cammelli, e così via. Esemplari che catturano l’attenzione di visitatori di ogni età, che a migliaia ogni anno partecipano a una pratica che ha radici ottocentesche ma che oggi ha fatto il suo tempo.

In due secoli l’uomo dovrebbe aver sviluppato una sensibilità e un rispetto diversi nei confronti degli animali. Oggi prevale l’idea che sia meglio osservarli e garantirne la sopravvivenza nel loro ambiente naturale e non in aree delimitate e ambienti artificiali, dove la maggior parte degli esemplari vede le proprie abitudini istintive e sociali represse, dove sono costretti a vivere un’intera vita in pochi metri quadri, con poco cibo, esposti al caldo o al freddo innaturali per loro.

Potremmo citare diversi esempi di cattiva e irrispettosa condotta da parte dei propietari di questi parchi, dal nord al sud d’Italia. Ma forse, un caso può esemplificarli tutti. Si tratta dello zoo di Napoli, istituito in epoca fascista, affiancato nel tempo da un cinodromo e dal parco giochi Edenlandia.

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Una struttura, quella partenopea, i cui destini sono stati segnati dalle eccessive spese per l’affitto e la manutenzione: difficoltà che per un tragico effetto domino hanno portato la società che lo gestisce a tagliare sul cibo degli animali e sulla manutenzione della struttura. Oggi, lo zoo di Fuorigrotta si mantiene a stento, i 300 ospiti vengono aiutati da continue collette alimentari dei cittadini. E i problemi rimangono.

In molte strutture poi, mancano i fondi, ma non si vuole rinunciare alla possibilità di mettere in vetrina animali che normalmente si vedono solo nei documentari. Animali che una volta entrati nelle gabbie, diventano un ulteriore costo d’ingombro: in caso di chiusura di zoo e bioparchi vari, chi se ne prenderebbe cura? Al momento nessuno, a cominciare dallo Stato, intende accollarsi questo onere.

Voi che ne pensate?

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