Aziende e green economy: le Telco dovrebbero amare le rinnovabili!

di Erika Facciolla del 27 marzo 2014

Anche il settore delle telecomunicazioni, al pari di tanti altri comparti produttivi, è gravato da costi energetici sempre più elevati che oltre ad incidere negativamente sui bilanci societari, determinano la produzione e l’emissione di grandi quantitativi di anidride carbonica riversati nell’atmosfera.

Si stima che per alimentare una singola stazione radio per la trasmissione del segnale si consumino più di 20.000 litri di carburante l’anno che equivalgono a circa 50 tonnellate di CO2. Un sistema particolarmente oneroso se si considera che i costi di gestione di ogni centrale arrivano a 29.000 euro l’anno, una cifra che fa dell’energia ricavata da combustibili fossili la voce di costo più rilevante sia in termini economici che ambientali.

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Eppure, un’alternativa a tutto ciò esiste ed è offerta dalle tante aziende specializzate nella fornitura di soluzioni energetiche a basso costo basate sull’impiego di fonti rinnovabili che – secondo gli esperti – garantirebbero un risparmio delle spese di rifornimento del 20-50% e in alcuni casi 90% in meno, che tradotto in denaro sonante, significherebbe 22.000 euro di risparmio annuo per stazione.

Di fronte a tali prospettive ci si aspetterebbe che gli operatori Telco facessero a gara per convertire prima possibile le proprie centrali, eppure così non è e solo il 3% delle stazioni radio nei mercati in via di sviluppo (Asia e Africa) usa attualmente energia rinnovabile. Come si spiega un simile paradosso? Le ragioni sono tante e complesse.

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Innanzitutto gli operatori del settore sono maggiormente focalizzati sullo sviluppo dei loro servizi piuttosto che sulla riduzione dei costi energetici e delle spese operative, un processo peraltro molto difficile da assimilare e avviare soprattutto quando si parla di grandi aziende.

Il risparmio energetico, dunque, non rappresenta una priorità per questi attori economici anche perché i tempi di ammortamento di un eventuale investimento in soluzioni energetiche alternative non è ancora calcolabile con certezza. Mettiamoci in più il fatto che la catena distributiva del gasolio è capillare e fortemente radicata in molti Paesi – il ché rende la dipendenza dal diesel difficile da superare – e il quadro è completo. In poche parole la prospettiva di una conversione energetica su larga scala rappresenta, per gli operatori mobili, un affare ancora di scarso appeal.

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Ma il mercato delle telecomunicazioni potrebbe avviare da solo quella spinta al cambiamento che le aziende faticano ad intraprendere. Negli ultimi anni, infatti, le forze di mercato stanno esercitando una pressione crescente sugli operatori mobili per ridurre i costi operativi, sulla scia della forte richiesta di traffico dati a livello globale che sta mettendo a dura prova le infrastrutture determinando, tra le altre cose, un progressivo calo delle tariffe applicate alle chiamate.

Di fronte a tale scenario, la possibilità di ‘svincolare’ capitale sociale dai costi energetici per reinvestire in infrastrutture e conquistare nuove quote di mercato, potrebbe diventare l’unica strategia attuabile per servire il prossimo miliardo di clienti.

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Non meno importante è il cambiamento di ‘mentalità’ che ha ormai contagiato aziende di diversi settori produttivi e che ormai considerano la svolta green la strada più efficace per migliorare la reputazione aziendale e arricchire di connotazioni positive l’immagine del marchio presso i clienti finali. Oggi, in altre parole, nessuno tiene a fare il ruolo del ‘cattivo’ quando si parla di ambiente.

È dunque lecito aspettarci un imminente cambio di rotta nelle politiche economiche e gestionali anche per quanto concerne il settore delle telecomunicazioni? Forse è difficile prevedere con esattezza i tempi, ma i presupposti, a quanto pare, ci sono tutti.

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