Bambù: un materiale green che rischia di far perdere la terra ai contadini etiopi

di Erika Facciolla del 10 maggio 2013

Il bambù, una risorsa naturale e sostenibile dal potenziale economico elevatissimo, facile da coltivare, leggero da trasportare ed estremamente versatile, potrebbe diventare il nuovo volano dello sviluppo industriale ed economico dei paesi dell’Africa orientale. È questa la conclusione a cui sono arrivati esperti ed economisti internazionali che ne sottolineano gli innumerevoli sbocchi commerciali, a patto che lo sfruttamento di tale risorsa sia condotta in maniera altrettanto sostenibile e ponderata.

Solo in Etiopia, infatti, ammonterebbero a circa 1 milione gli ettari di terra non ancora sfruttati per la coltivazione di questa pianta (un terzo del totale di tutta l’Africa sub-sahariana) che a differenza delle conifere è molto più semplice da coltivare, non richiede erbicidi o pesticidi e, in alcune zone climatiche, e in determinate condizioni può crescere ad una velocità di un metro al giorno!

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Il bambù è attualmente utilizzato da più di un miliardo di persone come materiale da costruzione, come combustibile e nell’artigianato ma alla luce delle sue caratteristiche – è una risorsa facilmente rinnovabile e a basso impatto per l’ambiente – il governo etiope è intenzionato a farne il simbolo di una rivoluzione industriale ‘green’, raddoppiando già nei prossimi 5 anni la quantità di terre dedicate alla sua coltivazione.

Una manovra che, se ben condotta e orchestrata, potrebbe non solo aiutare la crescita delle comunità locali ma contrastare la deforestazione  con evidenti benefici per l’ambiente.

Il condizionale, in questi casi, è d’obbligo perché di fronte ad una prospettiva tanto allettante gli investitori  (e speculatori) stranieri sono già pronti a farsi avanti. Da qui il pericolo che il business del bambù si trasformi nell’ennesimo ‘affare per pochi’ e che fenomeni come il land grabbing (ossia l’appropriazione anche violenta delle terre da parte delle aziende a chi ci vive da generazioni) e lo sfruttamento eccessivo del suolo finisca per penalizzare i piccoli coltivatori locali e innescare un meccanismo perverso di deforestazione ancor più grave di quello già in corso in altre aree del Pianeta.

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Basti pensare che la sola Unione Europea ‘importa’ ogni anno 1250.000 kmq di terreno agricolo per coprire i suoi fabbisogni e che una coalizione tra operatori etiopi  e stranieri, guidata dalla Cooperazione tedesca allo sviluppo, è già pronta ad investire 10 milioni di euro nel mercato del bambù africano.

A tremare, dunque, sono proprio le micro-economie locali che solo il buon senso dei governatori etiopi potrà tutelare da quello che ha già tutti i presupposti per trasformarsi nell’ennesimo abuso ai danni delle popolazioni africane.

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