Biogas, luci e ombre di una risorsa energetica ma anche agricola

di Erika Facciolla del 25 marzo 2013

La ricerca di fonti energetiche alternative allarga i suoi orizzonti a nuove prospettive di sviluppo e fonti sinora poco esplorate, prima fra tutte il biogas. Ma di cosa si tratta esattamente e quali sono i pro e i contro di questa risorsa?

Per il Consorzio italiano del Biogas (CIB) il potenziale produttivo equivarrebbe a circa 8 miliardi di metri cubi di gas metano all’anno, ovvero il 10% del consumo nazionale annuo di gas naturale. Una cifra considerevole se si considera che non solo potrebbe limitare la dipendenza del nostro paese dall’export ma contribuirebbe ad una crescita esponenziale del comparto agricolo pari a 5 punti percentuali di PIL (2 miliardi di euro all’anno).

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E’ bene sottolineare che uno sfruttamento serio del biogas deve passare attraverso un massiccio ricorso a terreni agricoli e biomasse residuali di cui il nostro paese è particolarmente ricco, e che per raggiungere le cifre prospettate dal CIB occorrerebbero 400.000 ettari di terreno destinato ad uso agricolo ed un consistente potenziamento delle infrastrutture connesse (centrali, impianti e gasdotti).

Un simile investimento catapulterebbe l’Italia in cima alla classifica dei Paesi più all’avanguardia in questo particolare settore delle energie alternative. Questa è certamente un’opportunità da non perdere, soprattutto per l’occupazione e per il futuro dell’agricoltura che da tempo è alla ricerca di una chance di rilancio alternativa alle politiche di sviluppo tradizionali.

A questo, sempre secondo il Consorzio, occorrerebbe accompagnare un quadro normativo adeguato, facilmente assimilabile e applicabile, nonché l’esportazione delle migliori tecnologie e la volontà concreta di contribuire alla tanto agognata indipendenza energetica italiana.

Una prospettiva allettante, insomma, che però deve essere valutata attentamente sotto tutti gli aspetti.

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Per prima cosa cerchiamo di capire cos’è il biogas e come viene prodotto. Il biogas è unamiscela di vari tipi di gas (in gran parte metano) ottenuto a partire dalla fermentazione batterica in assenza di ossigeno dei rifiuti organici e del letame, ma anche vegetali in decomposizione, scarti industriali di origine agro-industriale e così via.

Durante il processo di decomposizione attivato dai batteri viene sprigionata una certa quantità di anidride carbonica, idrogeno e metano,tutti gas che successivamente possono essere utilizzati per la produzione di energia elettrica attraverso apposite caldaie da riscaldamento o come combustibili.

È facile dunque intuire che le migliori ‘riserve’ di biogas sono potenzialmente le discariche di rifiuti urbani, dove la componente organica è abbondante, e gli allevamenti intensivi dove si accumulano grandi quantità di letame animale e altri scarti.

Il biogas può essere facilmente utilizzato come combustibile per veicoli e auto dotati di impianti predisposti al funzionamento a metano: una tecnologia già ampiamente sperimentata in Europa e in Italia, nella quale molti intravedono una possibilità concreta nel futuro della mobilità sostenibile.

Il grande vantaggio del biogas, infatti, consiste nell’abbassare al minimo le emissioni di CO2, fino ad una quantità pari a quella fissata dalle piante. Considerando, inoltre, che il suo ciclo produttivo previene la diffusione nell’atmosfera di gas metano sprigionato dalla fermentazione di liquami e altri componenti residuali di natura organica, dal punto di vista ambientale il vantaggio è doppio.

Tuttavia le perplessità e i dubbi sollevati dagli esperti sono tanti e legittimati da riscontri scientifici che non possono essere trascurati. Vediamo i principali:

Consumo del suolo e lo sfruttamento del terreno agricolo. Si calcola che per alimentare una centrale dal 1 MW occorrono 300 ettari di terreno coltivabile che verrebbe inevitabilmente sottratto all’agricoltura e, quindi, alla produzione di risorse alimentari. Se da una parte è vero che il numero dei terreni agricoli abbandonati è in costante aumento, è anche vero che la conversione di questi terreni all’uso energetico ne altererebbe profondamente la composizione a suon di fertilizzanti e pesticidi (utilizzati in grandi quantità per nutrire i vegetali necessari) e che finirebbero per contaminare l’ambiente circostante e le falde acquifere.

Cattivi odori. Apparentemente potrebbe sembrare un problema di poco conto, aggirabile costruendo le centrali fuori dai centri abitati. Vero, ma più lontano è l’impianto da servizi e infrastrutture più cresce il numero di camion necessari per far funzionare la filiera e le distanze che questi mezzi devono coprire a livello locale, con un impatto ambientale inevitabilmente pesante.

Smaltimento del ‘digestato’. Recentemente è emerso che alcuni batteri utilizzati durante il processo di fermentazione sarebbero termoresistenti, in particolare i clostridi, che appartengono alla stessa famiglia di batteri che provocano il tetano e il botulismo. Ciò rende impossibile la completa eliminazione del materiale batterico all’interno dei digestori anaerobici (vasche in cui avviene la degradazione della parte organica e la sua conseguente trasformazione in metano) e quindi uno stoccaggio sicuro degli scarti derivanti dal ciclo industriale. Un problema di non poco conto visto che l’impatto sulla salute umana potrebbe essere imprevedibile, così come l’interazione di queste sostanze con i terreni e le falde acquifere in cui verrebbero riversati.

La realtà italiana (e il web) pullula di casi in cui sono già alti e compatti i fronti del ‘no’ all’ipotesi di realizzare nuovi impianti di biogas. Ad Argenta, ad esempio, i cittadini hanno istituito un comitato (‘Argenta Pulita’) e consegnato al Comune un dossier con tanto di argomentazioni scientifiche e note tecniche per opporsi alla costruzione di una centrale il cui insediamento è stato più volte paventato dall’amministrazione locale. Tra le varie argomentazioni colpisce e fa riflettere anche la motivazione morale:

L’utilizzo di colture dedicate è moralmente riprovevole ed assolutamente inconcepibile. Nel 2012, in un mondo dove milioni di persone muoiono di fame, non si può accettare che si usi mais per fare energia che non serve”.

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A Cerveteri, esattamente nel comune di Castel di Sasso, il Comitato ‘Terra Nostra’ prosegue la sua battaglia contro l’ormai avviata costruzione del nuovo termovalorizzatore di biogas che oltre alla sostanziale inutilità e dannosità per l’ambiente e il territorio circostante, causerebbe anche un danno di immagine non indifferente ad un luogo che è Patrimonio dell’Unesco.

Esiste poi un ultimo rischio da mettere in conto che non può essere ignorato sulla scia dei soliti ‘buoni propositi’ o sull’onda di un entusiasmo troppo precipitoso: quello della speculazione. Che le normative debbano essere stringenti e i controlli serrati è una certezza, ma saremo veramente in grado di compiere un simile salto di qualità o è più probabile che quello del biogas si trasformi in un altro affare più proficuo per speculatori, criminali e trasgressori che per il bene del Paese?

Qualcuno potrebbe considerare certe obiezioni frutto di pregiudizi ma l’esperienza (soprattutto in Italia) insegna…

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