Boom del gas di scisto negli Usa. Ma potrebbe tutto finire

di Marco Grilli del 16 aprile 2014

Una vera rivoluzione in campo energetico o solamente una bolla finanziaria? Il dibattito sul gas di scisto (il cosiddetto shale gas), il metano ricavato dalla fratturazione (fracking) con iniezione di acqua in pressione degli strati di roccia di antichi sedimenti marini, è ancora acceso.

Se il presidente Obama può crogiolarsi per il fatto che le emissioni di CO2 negli Usa sono scese del 12% negli ultimi 8 anni, è anche vero che, ad oggi, lo shale gas costa meno della metà del metano in Europa e risulta competitivo non solo col carbone ma anche col nucleare.

Dal 2008 ad oggi negli USA le centrali a carbone hanno lasciato progressivamente il posto agli impianti a gas di scisto. Inoltre, secondo uno studio condotto dal fisico Roy Schwitters dell’Università del Texas, 38 delle 100 centrali nucleari statunitensi sono a forte rischio di chiusura proprio perché il gas di scisto ha reso antieconomiche le migliorie che potrebbero permetterle di andare ancora avanti per altri 20 anni.

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Nel 2013 ben quattro di queste hanno chiuso i battenti e ad altre dieci potrebbe toccare la stessa sorte nell’anno in corso. Nel campo delle rinnovabili perfino l’energia eolica potrebbe segnare il passo, poiché quando nel 2013 sono stati interrotti gli incentivi fiscali, l’installazione di turbine è  scesa da 13 a un solo gigawatt, nel confronto con l’anno precedente.

Una fonte di energia pulita e che costa poco, perché allora tutte queste preoccupazioni?

Lo shale gas non sarebbe così ecologico ed economico come sembra. Dal punto di vista ambientale, non possiamo dimenticare che buona parte del carbone degli States è destinato all’esportazione, emettendo così in altri luoghi la metà circa della CO2 risparmiata negli Usa. Inoltre, come sostenuto da alcuni scienziati, la tecnica del fracking provoca emissioni di metano, un gas serra più potente della CO2, dai pozzi e dalle rocce fratturate. Senza contare che le falde acquifere vengono inquinate dagli additivi chimici aggiunti all’acqua di fatturazione.

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Vi sono forti dubbi poi sulla capacità produttiva di questi pozzi di gas di scisto. Oggi gli Stati Uniti producono 7,8 milioni di barili di petrolio al giorno e di sicuro lo shale gas ha contribuito alle riduzioni delle importazioni e al quasi raggiungimento dell’obiettivo dell’autosufficienza energetica, così che l’Agenzia internazionale per l’energia si è addirittura sbilanciata prevedendo che, dal 2020, diventeranno i maggiori produttori al mondo, togliendo il primato all’Arabia Saudita.

In realtà, la situazione potrebbe essere meno rosea di quella descritta. Pare infatti che i giacimenti migliori per l’estrazione del gas di scisto siano già stati sfruttati, ma per mantenere gli standard a cui siamo abituati, occorrerebbero ancora perforazioni su perforazioni. I pozzi hanno infatti una produttività piuttosto limitata nel tempo, come si son già accorti nel Nord Dakota, dove i sogni della nuova corsa all’oro nero si sono presto infranti di fronte ai risultati produttivi decisamente deludenti: la Continental Resources, per esempio,  ha rilevato il calo della produzione del 69% nel primo anno.

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Secondo le stime di David Hughes, geologo e presidente del Global Sustainability Research, gli Usa hanno bisogno di scavare 6mila nuovi pozzi l’anno ad un costo di 35 miliardi di dollari per mantenere gli attuali livelli produttivi. I nuovi giacimenti, però, rendono molto meno rispetto a quelli scoperti per primi, che sono stati i veri protagonisti del boom dei questo gas. Sarà quindi sempre più difficile trovare nuovi pozzi e lo stesso Hughes prevede che la produzione troverà il suo picco nel 2017, per poi calare progressivamente.

Tutto un semplice miraggio quindi? Forse sì, perché, come spiega il chimico fiorentino Ugo Bardi, il fracking è una tecnologia che fino ai tempi recenti non era mai stata utilizzata su larga scala in quanto meno economica rispetto alla produzione tradizionale di gas. Basti pensare alle apparecchiature sofisticate e alle sostanze chimiche che servono per la sua estrazione, che tendono ad esaurirsi rapidamente, necessitando di sempre nuove perforazioni per mantenere la produzione, e si capisce che forse questa tecnica non è poi così economicamente conveniente.

Il segreto del suo basso prezzo sta poi anche nelle sue caratteristiche: non essendovi la possibilità di un suo stoccaggio, deve esser venduto appena estratto, a qualsiasi prezzo. Secondo Bardi, però, il fracking che si pratica negli USA è in perdita, perché nel 2012 i 7.000 nuovi pozzi necessari a mantenere la produzione sono costati 42 miliardi di dollari e la vendita del gas ne ha fatti incassare solo 32.

Solo il costante afflusso di capitali terrebbe quindi in piedi questo settore che, uno volta esauriti i giacimenti migliori entro il 2020, vedrà ancora crescere i costi di estrazione.

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Stiamo ancora pagando oggi le conseguenze disastrose della bolla immobiliare scoppiata nel 2008 ma non sembriamo aver capito la lezione:  anche quello dello shale gas potrebbe essere infatti un mercato drogato, se pensiamo che stiamo ricorrendo a una tecnologia più costosa per produrre un bene i cui prezzi scendono notevolmente.

Sempre Bardi ci aiuta a capirne di più: «Penso che la spiegazione sia da individuare in fattori finanziari. Ciò che vediamo, infatti, è principalmente una bolla finanziaria nella quali gli investitori sono portati a immettere soldi in un mercato con la speranza di fare un sacco di soldi. Questa è una speranza per il futuro, ovviamente, perché al momento sono sicuro che nessuno possa fare tanti soldi con i prezzi del gas così bassi, di fatto penso che molta gente ce li stia perdendo. Ma questa è la magia del mercato finanziario: se tutti credono che un certo bene avrà un grande valore in futuro ci investono e il risultato è la sovrapproduzione».

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Vi chiederete come mai però durante la bolla immobiliare i prezzi delle case salivano, mentre nel caso dello shale gas i prezzi scendono. Tutto è legato alla capacità limitata di stoccare la sovrapproduzione di gas, che deve esser quindi venduta tutta e subito sul mercato, provocando di conseguenza il calo del prezzo.

Resta da capire per quanto tempo il mercato vorrà continuare a finanziare la produzione di un bene che si prevede genererà redditi sempre più ridotti. Gli ottimisti continuano a contestare le ipotesi negative, ma forse la nuova rivoluzione energetica è già abortita.

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