Boom di tumori a Brescia: si cercano spiegazioni

di Luca Scialò del 20 luglio 2014

Brescia può essere considerata la “Terra dei fuochi” del Nord. La città è stata avvelenata dall’industria chimica, specie nella frazione Caffaro, e l’incidenza di tumori è molto più alta che nel resto d’Italia. Lo certifica il nuovo rapporto “Sentieri” dell’Istituto Superiore di Sanità e dell’Airtum, l’Associazione italiana registri tumori; i dati però sono diversi da quelli dell’Asl di Brescia, che al contrario ha ribadito che la città bresciana non mostra discrepanze col resto del Nord Italia.

Eppure lo studio sottolinea un aumento dei tumori epatici, laringei, renali e tiroidei pari al +10% negli uomini e a +14% nelle donne. C’è da dire che i carcinomi legati all’inquinamento chimico in genere sono i melanomi cutanei (uomini + 27%, donne + 19%), i linfomi non-Hodgkin (uomini + 14%, donne + 25%) e i tumori della mammella (donne + 25%).

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Come si è arrivati a questa situazione allarmante? Nel bresciano, ed in particolare a Caffaro, un’azienda ha prodotto policloro bifenili e diossine, per 50 anni, dal 1936 al 1984, interessando un’area di 200 ettari di area a sud del paese.

E pur avendo smesso la produzione chimica 30 anni fa, nessuna bonifica è stata effettuata perché, cosa ancor più grave, le autorità sanitarie non hanno mai parlato della reale situazione

E così ecco uscire dati della ASL di Brescia che non registrano problemi. Anche le associazioni ambientaliste da tempo chiedono la sostituzione del direttore generale dell’ASL e della direzione dell’azienda sanitaria di Brescia, per aver occultato la reale situazione.

Eppure il progetto di monitoraggio di 44 siti inquinati di interesse nazionale redatto dalla ISS parla chiara sul caso-Caffaro. I dati preoccupanti sui tumori nella zona di Brescia, e Caffaro in particolare, erano stati già anticipati proprio dal professor Ricci (responsabile del progetto) alla trasmissione di Raitre ‘Presa Diretta’ nel marzo dello scorso anno. Nel servizio si diceva proprio che i livelli di Pcb e diossine nel sangue della popolazione bresciana sono “fra i più elevati osservati a livello internazionale”.

Il primo campanello d’allarme si è avuto nel 2001, ma nessuno ha mosso un dito per 13 anni e ancora adesso si nega la gravità della situazione. Di qui una nuova similitudine con la “Terra dei fuochi” in Campania, dove già negli anni ’90 le associazioni ambientaliste denunciavano la devastazione in corso e il boss Schiavone (anno ’97) aveva già rivelato all’allora Commissione parlamentare d’inchiesta quanto stava succedendo tra Napoli e Caserta. Ma tutto è stato secretato.

E come si difende l’ASL? La direzione dell’azienda sanitaria locale dice che i policloro bifenili sono sicuramente sostanze tossiche ma sottilizza sul fatto che siano più o meno cancerogene, lo sono per il melanoma ma non è porvato per il linfoma-NH e per il tumore della mammella. Questo per via di studi contrastanti sulla correlazione tra Pcb e tumori. La SL parla di misure per evitare l’assorbimento dei Pcb da parte dei cittadini e di livelli dimezzati negli ultimi dieci anni.

Insomma l’Asl ammette da un lato il pericolo dei Pcb, ma rassicura che tutte le precauzioni sono state prese.

Ma l’Asl avrebbe raccolto dati da esporre alla Comunità scientifica senza però diffonderli alla popolazione, come il caso clamoroso è quello di una donna che nel suo latte presentava 147 pg/TEQ per grammo di grasso (a 6 pg/TEQ il latte vaccino deve essere distrutto); un livello che resta un record internazionale. Ma quella donna non è mai stata avvisata e ha continuato ignara ad allattare il figlio. Il suo caso fu infatti pubblicato sulla rivista Chemosphere, ma non reso pubblico.

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Un caso analogo era avvenuto nel 2011, quando su Environmental Research è stato pubblicato l’articolo dal titolo “Pcb e linfomi non-Hodgkin: uno studio caso-controllo in nord Italia”. In esso gli autori presentavano agli addetti ai lavori alcune prove dell’associazione tra Pcb e linfomi-NH. risultati però fortemente ridimensionati di fronte all’opinione pubblica.

Comunque, nonostante tutto, qualcosa sembra muoversi. Lo scorso 30 aprile, il direttore generale dell’Asl ha ammesso, per la prima volta pubblicamente, che l’aumento dei tumori a Brescia è in qualche modo legato alla presenza di Pcb. E ha annunciato di voler istituire un nuovo osservatorio sulla situazione sanitaria del capoluogo lombardo.

Speriamo dunque che la verità venga presto a galla, ma soprattutto, che si attuino le bonifiche. Anche se, purtroppo, per la negligenza di alcune istituzioni locali, un po’ come successo in Campania, un grosso danno è già stato arrecato alla popolazione.

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