Caccia agli animali protetti, contro il frodo il Kenya usa i droni

di Luca Vivan del 17 maggio 2014

L’attività di controllo della caccia agli animali protetti oggi si fa con i droni, oggetti volanti telecomandati, che in genere sono associati ad operazioni di spionaggio o guerra vera e propria.

In realtà, da alcuni anni la loro tecnologia è diventata sempre più accessibile, tanto da venire impiegati anche dai videomaker.

Il Kenya, alle prese da lungo tempo con il problema del bracconaggio, ha deciso di avvalersi di droni per monitorare i suoi 52 parchi nazionali. In soli due anni, dal 2012, la caccia di frodo ha portato all’uccisione di 435 elefanti e 400 rinoceronti, considerati come merce preziosa nei mercati asiatici e non solo. Ma un progetto piltota in una riserva protetta ha visto la riduzione del bracconaggio fino al 96%!

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Si tratta di una strategia studiata dalla polizia del Kenya insieme ai servizi segreti, frutto di una collaborazione con l’Interpol e i governi di Uganda e Tanzania. Le tecniche di monitoraggio finora usate non sono mai state veramente efficaci, sia per la vastità dei territori da monitorare che per la scarsità di risorse a disposizione.

I droni garantiscono invece una sorveglianza per mezzo di onde radio che controllano il movimento degli animali anche in zone difficilmente accessibili. Con questo sistema è possibile fermare i bracconieri ancora prima che uccidano un elefante o un rinoceronte.

Non solo droni ma anche l’assunzione di centinaia di nuovi ranger e l’acquisto di attrezzatura idonea, grazie al sostegno degli Stati Uniti, del Canada, della Francia e dell’Olanda.

Tutte misure che sembrano sottolineare una ferma decisione del governo kenyota verso la tolleranza zero nei confronti della caccia agli animali protetti e del commercio illegale di animali esotici.

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La rimozione di ufficiali del Kenya Wildlife Service (l’ente di protezione dei parchi naturali del paese africano) negli ultimi mesi, in seguito ad accuse di corruzione e rapporti con i bracconieri, evidenzia che comunque la tecnologia da sola può poco, se alle spalle non c’è la consapevolezza di guardie e politici di agire per il bene comune, non solo del Kenya.

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