Cibo a Km 0: vantaggi molti ma anche qualche svantaggio

di Marco Grilli del 27 maggio 2014

Cibo a Km 0: i vantaggi sono molti ed evidenti ma esiste anche qualche svantaggio, ma è tutta colpa della distribuzione? scopriamolo insieme in questo approfondimento

La globalizzazione ha profondamente modificato le nostre abitudini alimentari, così come le modalità di produzione e distribuzione del cibo. Lo sviluppo delle multinazionali alimentari, la progressiva concentrazione dei gruppi di distribuzione e la creazione di punti vendita di sempre maggior dimensione, hanno aumentato notevolmente l’import-export delle materie prime e dei prodotti finiti, accrescendo così le distanze dal produttore al consumatore. Ma allora, in tema di cibo a Km 0, ma è tutta colpa della distribuzione?

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Contro il modello della grande produzione e distribuzione, accusato di aumentare l’inquinamento e ridurre la genuinità e la convenienza dei prodotti, negli ultimi tempi stanno prendendo sempre più piede le varie forme di vendita diretta, volte a promuovere le produzioni locali, abbattendo così le distanze tra i campi e le tavole.

Il Cibo a Km 0 (che logicamente non può mai esser realmente tale) propugna così un’idea affascinante, dove il produttore realizza maggiori guadagni saltando l’anello della distribuzione, il consumatore può degustare prodotti sani, freschi e di qualità a prezzi convenienti, mentre l’ambiente tira un sospiro di sollievo, grazie alle minori emissioni di CO2 dovute alla diminuzione dei trasporti legati ai prodotti alimentari.

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Il riavvicinamento dell’agricoltore al cittadino all’insegna di un rapporto di  conoscenza e fiducia e la promozione della produzione agroalimentare locale sono aspetti sicuramente da non trascurare: se quindi la vendita diretta merita il massimo rispetto e non possiamo altro che augurarci una sua intensificazione anche negli anni a venire, vi sono però alcuni studi che mettono in dubbio alcuni vantaggi sbandierati dai suoi stessi sostenitori, primo su tutti la reale riduzione dell’inquinamento.

Secondo uno studio condotto dal Barilla Center for Food & Nutrition in collaborazione con varie Università italiane, l’equazione cibo a Km 0 =prodotto a basso impatto ambientale risulta semplicistica. Utilizzando l’approccio dell’analisi del ciclo di vita, lo studio ha messo in relazione gli impatti legati al trasporto degli alimenti con quelli relativi alla loro produzione a partire dalle materie prime. Analizzando i diversi prodotti alimentari, i trasporti si sono dimostrati rilevanti ai fini dell’impatto solo per i prodotti alla base della piramide alimentare, quelli che provengono da una certa distanza.

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Le emissioni di CO2 equivalenti relative alla fase di trasporto, infatti, si sono dimostrate sempre molto basse rispetto a quelle legate alla fase di produzione, fatta eccezione per la frutta, dove un trasporto per lunghe distanze (5-10.000 Km) può comportare un impatto rilevante sul totale.

Sempre lo studio mette poi in evidenza che se la quantità di merce trasportata è alta, ad esempio nel caso dei camion di per sé altamente inquinanti, l’impatto per Kg di prodotto è comunque piuttosto limitato. Infine, il dossier nutre dei dubbi perfino sul fatto che le produzioni a Km 0 abbiano sempre un minor impatto ambientale rispetto a quelle tradizionali,  poiché può accadere che quest’ultime siano più efficienti nella fase di produzione delle materie prime e di processo.

Anche il Ministero dell’Ambiente e dell’Agricoltura britannico (DEFRA) ha recentemente stilato un rapporto al fine di verificare l’utilità del cibo Km 0 come indice di sostenibilità ambientale, rilevando in conclusione che il solo parametro della distanza percorsa dai prodotti alimentari non può essere attendibile per stimare l’impatto ambientale totale. Questo anche per il semplice fatto che quasi la metà del chilometraggio percorso va attribuita proprio al compratore.

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Vi è inoltre un aspetto di tipo prettamente economico da prendere in considerazione, perché anche laddove la vendita diretta si è ritagliata da tempo uno spazio prezioso (6-8% delle vendite totali), è pur sempre vero che il reddito degli agricoltori si basa prevalentemente sulla restante quota, superiore al 90%.

Non mancano quindi coloro che, pur apprezzando generalmente il Km 0, mettono in guardia dal voler per forza considerare i prodotti destinati alla vendita diretta come sicuramente più genuini, etici e sicuri. Ribattendo anche la necessità di non esagerare nell’esaltazione del valore della stagionalità, che per quanto importantissima dal punto di vista ambientale ed economico, non può esser perseguita al 100% a meno di non veder le tavole di alcune zone private di importanti prodotti alimentari (nella Pianura Padana non sarebbe possibile mangiare i pomodori, le melanzane, le zucchine e i peperoni da ottobre ad aprile, e le arance tutto l’anno).

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L’integrazione tra le diverse culture alimentari può esser quindi considerata anche come una ricchezza e non è detto che debba risolversi sempre in un danno per la nostra salute, le nostre tasche e l’ambiente. Al di là del’importanza della filiera corta, la nostra sicurezza alimentare passa attraverso la reale conoscenza dei produttori, seppur lontani, e la necessaria verifica della trasparenza nei vari anelli della filiera stessa.

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