Come il Kenya produce le nostre verdure distruggendo il proprio ambiente e sfruttando i suoi abitanti

di Martina Pugno del 29 luglio 2013

Acquistare frutta e verdura nei supermercati senza conoscerne la provenienza può significare un reale contributo allo sfruttamento di terreni e popolazioni, all’inquinamento e alla distruzione di ambienti e talvolta interi ecosistemi. Può sembrare un’esagerazione, eppure questo appare chiaro e senza possibilità di interpretazione dall’indagine condotta dalla giornalista Felicity Lawrence e pubblicata nel 2003 da The Guardian.

Risalendo il percorso compiuto dalla frutta e dalla verdura che ogni giorno arriva nei supermercati europei, Felicity Lawrence ha raggiunto il Kenya e incontrato, per prime, le lavoratrici delle aziende vicine a Nairobi che quotidianamente preparano le derrate alimentari da spedire in Europa, raccolte in contenitori di plastica che vengono spediti dal Vecchio Continente per poi ritornare vuolti pochi giorni dopo.

Il primo elemento a colpire è la flessibilità degli orari di lavoro, indispensabile dal momento che i contratti con le aziende della grande distribuzione europea non prevedono quantità prestabilite di prodotti: i turni, che in linea con le leggi del Kenya vanno dalle 7 del mattino alle 4 del pomeriggio, mentre quelli notturni vanno dalle 9 di sera alle 5 del mattino, possono protrarsi anche per ore, pagate con bonus sulla base dei risultati raggiunti: il turno finisce quando il lavoro è terminato.

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Nonostante le aziende sostengano che i lavoratori non siano costretti a fermarsi fino a tardi e che chi non vuole superare l’orario base può semplicemente accontentarsi della paga base, diverso è il racconto delle donne impiegate nelle aziende, come afferma Mary, 29 anni, madre di tre figli: “Non ci sono bonus qui, indipendentemente dalle ore di lavoro. Devi semplicemente raggiungere gli obiettivi del giorno, altrimenti arriva un richiamo“.

La produzione non è esente da sprechi: per rispondere a specifiche esigenze di dimensioni, peso e forma e alla tolleranza minima imposta dai supermercati europei acquirenti (talvolta nell’ordine di un paio di millimetri), gran parte del cibo prodotto viene scartato: in parte finisce nei mercati e nei negozi locali, ma è circa il 35% quello che invece diventa puro scarto, frutto dei terreni sottratti alla coltivazione per la popolazione locale al fine di produrre frutta e verdura destinata ai più ricchi europei.

A farne le spese è anche l’ambiente, come dimostra il lago Naivasha: una volta un vero e proprio tesoro ambientale, oggi ricettacolo di rifiuti e plastica, risultato degli insediamenti per le coltivazioni intensive realizzati nei suoi pressi. Un vero e proprio lago usa-e-getta, come sottolinea Ouduor Ong’wen, direttore di Econews Africa:Entro 15 anni questa zona non sarà più coltivabile, perchè troppo inquinata“.

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La plastica non è l’unico elemento inquinante: i pesticidi sono fondamentali per garantire una produzione sufficiente a soddisfare le richieste dei clienti, a scapito della salute dei lavoratori e dei terreni, destinati a diventare inquinati e nel peggiore dei casi improduttivi.

Sfruttamento dei lavoratori e del territorio, inquinamento, sprechi alimentari: questi i fattori che si decide di incentivare ogni volta che si sceglie di non controllare la provenienza della frutta e della verdura che si sta acquistando e se si sceglie di acquistare d’importazione gli stessi prodotti offerti anche localmente o addirittura a km zero.

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