Come il telelavoro può salvare l’ambiente

di Simona Treré del 11 gennaio 2013

Il telelavoro può essere un’alternativa lavorativa sostenibile? Per rispondere basta pensare a quante persone la mattina prendono l’auto per recarsi in ufficio, per poi iniziare un’attività che potrebbero svolgere direttamente da casa propria.

Quanti, infatti, per lavorare necessitano soltanto di internet e computer?

Il telelavoro (se il tipo di mansione lo consente) permette di lavorare dalla scrivania della propria abitazione e comunicare con l’azienda attraverso internet, senza doversi spostare in un’altra sede e, quindi, senza dover utilizzare mezzi di trasporto sia privati che pubblici.

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Se si considera che gli spostamenti casa-lavoro-casa sono uno dei principali motivi per cui le strade si riempiono di traffico e che il traffico a sua volta è una delle maggiori cause di inquinamento, si capisce come questa pratica possa apportare un grosso beneficio ambientale.

Ma non solo. I vantaggi ambientali derivanti dal telelavoro sono diversi. Oltre ad azzerare il costo energetico del carburante, permette una riduzione degli spazi e dei ‘consumi d’ufficio’ (come riscaldamento, illuminazione, aria condizionata, ascensore…), i quali spesso avvengono anche quando i locali sono vuoti o semi-vuoti.

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Il telelavoro è dunque un modo per razionalizzare i consumi e ridurre significativamente gli spostamenti.
In Italia è ancora poco diffuso. Le aziende sono scettiche quando si parla di telelavoro: pensano di non poter controllare i propri dipendenti, i quali in realtà devono comunque rendere conto, seppur a distanza, del proprio operato.

Anche i lavoratori potrebbero essere titubanti: le relazioni con i colleghi non sarebbero più dirette ma remote, lo spazio utilizzato sarebbe quello domestico, lo stipendio potrebbe essere inferiore. Ci sono certamente pro e contro ma resta il fatto che a volte la presenza dei lavoratori in ufficio è superflua.

In certi casi, infatti, per confrontarsi con colleghi e superiori, basterebbe recarsi in azienda saltuariamente: fare una riunione settimanale o mensile e svolgere il restante lavoro da casa.

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Per non parlare delle donne che rientrano al lavoro dopo la maternità. La loro presenza in casa garantirebbe una maggiore continuità nell’inserimento del piccolo in una struttura educativa e aiuterebbe la mamma a gestire le emergenze in caso di malattia del bambino, che spesso comportano un forzato giorno di ferie e quindi un calo di produttività.

Ci auguriamo, complice la crisi economica, che questa realtà ancora così poco diffusa cominci a prendere piede anche in Italia, partendo da un discorso puramente di taglio ai costi forse potrebbe avere un duplice vantaggio: aiutare i lavoratori a conservare il posto e proteggere l’ambiente!

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