Come la natura cerca di adattarsi all’inquinamento: le balene diventano ermafrodite per la plastica

di Erika Facciolla del 4 novembre 2012

Ancora brutte notizie per i nostri mari e la fauna che li popola. E ancora una volta la colpa è dell’inquinamento provocato dall’uomo e dall’alta concentrazione di plastica presente nel Mediterraneo (e non solo).

A lanciare l’ennesimo allarme è un team di biologi marini dell’Università di Siena, che ha dimostrato come le grandi percentuali di frammenti plastici rilevati tra Corsica, Costa Azzurra e Toscana (il cosiddetto ‘Santuario dei cetacei’) stia mettendo a serio rischio la sopravvivenza di balene e altri mammiferi marini.

La colpa è degli ftalati (sostanze chimiche organiche prodotte dal petrolio, usati come plastificanti per rendere morbido il PVC) e di altri distruttori endocrini presenti nelle particelle di plastica, che alterano gli ormoni sessuali degli animali inducendoli all’ermafroditismo.

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Già numerosi studi hanno dimostrato che queste sostanze sono tossiche a livello epatico, testicolare e riproduttivo, tanto da indurre l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) a stabilire delle dosi giornaliere tollerabili per alcuni ftalati ed stimare che l’esposizione avvenga anche attraverso gli aliemnti.

Questo  fenomeno ovviamente minaccia anche i cetacei e in particolare la loro riproduzione, visto che la concentrazione di micro-particelle prodotte dalla degradazione di oggetti di plastica e da altri scarti industriali ha raggiunto, nel Mediterraneo, gli stessi livelli rivelati negli oceani dove spesso di assiste alla comparsa di vere e proprie ‘isole di plastica’ di cui tanto si è parlato negli ultimi tempi.

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Dai test effettuati sulle balene spiaggiate e sui cetacei in libertà, infatti, è emerso che ogni volta che gli animali aprono la bocca ingurgitano circa 70.000 litri di acqua in cui sono disperse 2 particelle di plastica di grandezza inferiore ai 5 millimetri per ogni 2 metri cubi di acqua.

Gli agenti distruttori degli endocrini risalgono tutta la catena alimentare e si insinuano nel plancton, principale fonte di nutrimento delle balene.

La ricerca verrà estesa anche ad altre specie autoctone, come tartarughe, balenottere e squali elefante, con un obiettivo ben preciso: verificare gli effetti nocivi su tutte le specie a rischio del bacino del Mediterraneo e proporre all’Unione Europea una programma di interventi mirati alla salvaguardia dei nostri mari.

C’è solo da sperare che tutto ciò avvenga nel più breve tempo possibile.

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