Come Monsanto & amici hanno monopolizzato il mercato delle sementi e cambiato per sempre le sorti dell’agricoltura

di Erika Facciolla del 5 aprile 2013

Alla vigilia dell’importante processo riguardante il caso Monsanto – Bowman che sta monopolizzando da mesi l’attenzione dei media americani e sul quale la Corte Suprema sarà chiamata a pronunciarsi, il dibattito sull’attuale regime dei brevetti delle sementi e sulle conseguenti strumentalizzazioni di aziende del comparto come la già citata multinazionale americana, non accenna a placarsi.

Ad alimentare le polemiche è il rapporto Giants vs U.S Farmers pubblicato dal Centro per la Sicurezza Alimentare (CFS) e ‘Save our Seeds’ (SOS), due organizzazioni giuridico–politiche che operano in difesa dei diritti degli agricoltori e della sicurezza alimentare.

Il rapporto mette sotto la lente di ingrandimento il modo in cui tale regime ha cambiato radicalmente il mercato e le forniture delle sementi su scala globale, incoraggiando società come la Monsanto a trascinare in tribunale gli agricoltori americani accusati di presunte violazioni dei diritti sui brevetti, come nel caso dell’agricoltore settantacinquenne dell’Indiana Vernon Hugh Bowman, citato in giudizio per impedirgli di piantare e vendere semi di soia ottenuti dalle sementi della Monsanto.

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Al di là del caso specifico, il problema ha conseguenze socio-economiche ben più ampie: il vertiginoso aumento del prezzo delle sementi, la limitazione della ricerca scientifica indipendente (e con essa dell’innovazione), l’impatto ambientale. Ad essere sotto accusa, dunque, è il diritto dei privati di rivendicare la proprietà morale e giuridica su una risorsa che è e deve essere per definizione pubblica.

Nel rapporto si legge, infatti, che la sola Monsanto ha depositato finora 144 cause contro 410 agricoltori statunitensi e 56 piccole imprese agricole in 27 stati diversi.

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Sembra che questo sia il modo più efficace per affermare il monopolio su un mercato delle sementi che di fatto oggi è controllato per il 53% da tre grandi società (tra cui la Monsanto) e che negli ultimi anni ha imposto drammatici aumenti sul costo delle sementi; basti pensare che dal 1995 al 2011 il costo medio per un ettaro di soia è aumentato del 325%, mentre quello del mais del 259%. Una vera tragedia per i piccoli coltivatori e le aziende agricole indipendenti.

L’altro aspetto preoccupante della vicenda riguarda le restrizioni imposte dal regime brevettuale sul diritto di contribuire all’innovazione e alla ricerca delle varietà vegetali ottenute dai semi. Le norme sui brevetti sono talmente stringenti che le coltivazioni sono ridotte ormai a poche varietà, quasi tutte di ingegneria genetica, con il conseguente impoverimento dei terreni ad uso agricolo e della biodiversità.

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Il caso della Monsanto è dunque emblematico sotto diversi punti di vista: da una parte ci sono gli agricoltori biologici che rivendicano il sacrosanto diritto di tutelare la genuinità delle proprie coltivazioni senza persecuzioni e ingerenze esercitate dalle multinazionali col pretesto dei cosidetti ‘usi impropri dei brevetti’; dall’altra c’è la necessità, quanto mai impellente, di tutelare gli interessi di produttori e consumatori limitando l’uso di semi geneticamente modificati, dannosi per la salute e per l’ambiente.

Riuscirà, il buon senso, a prevalere sul mero interesse economico?

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