Come riparare gli elettrodomestici rotti o vecchi: contro l’obsolescenza programmata

di Claudia Raganà del 19 giugno 2014

C’erano una volta, nei lontano secolo scorso, dei prodotti industriali fatti per durare molto, molto a lungo. Oggi invece c’è l’obsolescenza programmata!

I prodotti di uso comune negli anni ’50 erano fatti per durare a lungo. Le lampadine ad incandescenza illuminavano per 2.500 ore. Il nylon usato per i collant da donna, era talmente resistente da poter essere utilizzato come una corda da traino per mezzi pesanti.

Ma un giorno, alcuni ‘geni’ del marketing si resero conto che costruire dei prodotti di lunga durata era controproducente per il loro business, perché non portava ad incrementare le vendite. Così, si cominciò a studiare, e produrre, beni che dopo un certo periodo di tempo – programmato – erano destinati a rompersi e quindi ad essere sostituiti con uno più nuovo.

Eclatante fu il caso del cartello per la riduzione delle performance delle lampadine, che passò alla storia con il nome di Cartello Phoebus e vide coinvolti tutti i più importanti produttori al mondo.

Il Cartello Phoebus diede vita ad un fenomeno che ad oggi è dilagante: l’obsolescenza programmata.

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Fu così che le lampadine passarono da una durata di 2.500 ore ad appena 1.000; i collant resistenti come una fune, oggi si smagliano con estrema facilità; le stampanti casalinghe hanno un microchip che limita il loro utilizzo ad un prestabilito numero di ore, oltre il quale sono programmate per bloccarsi e non essere più utilizzabili.

Questi (e molti altri) prodotti, sono stati costruiti per essere meno performanti, addirittura per rompersi, al fine di garantire un continuo ricambio e delle vendite maggiori.

Il consumatore nel corso dei decenni ha cambiato il suo modo di approcciare i prodotti in commercio, sentendo sempre più l’esigenza (indotta) di avere cose non necessarie, nuove e con una frequenza di ricambio sempre più elevata e rapida.

La pubblicità ci bombarda di “ultimi modelli” dalle funzioni indispensabili e irrinunciabili (pensiamo agli smartphone), il potere di acquisto, rispetto a qualche decennio fa, è aumentato e la diffusione di tecnologia a basso costo ha contribuito ad abbassare i prezzi, rendendo l’acquisto accessibile a quasi tutti.

Terreno più che fertile per l’obsolescenza programmata.

Ma se una volta la spinta al progresso e alla produzione di massa era solo agli albori e non teneva conto del terribile impatto ambientale, che sarebbe scaturito dalla sostituzione sempre più rapida dei prodotti (e dalla conseguente necessità di smaltire quanto veniva dismesso), nel corso dei decenni, fino ad oggi, questo è diventato uno dei più grandi e gravi problemi che la nostra società si vede costretta ad affrontare.

Sebbene le leggi internazionali vietino, infatti, di esportare rifiuti nei paesi in via di sviluppo, questa prassi è di fatto estremamente diffusa, con un semplice escamotage: facendo passare i rifiuti (soprattutto tecnologici) come beni di seconda mano, centinaia di migliaia di container vengono scaricati in molti paesi dell’Africa e dell’Asia. Si creano delle montagne di rifiuti tossici, andando ad inquinare l’ambiente e le acque.

A peggiorare la situazione, la gente del posto, nel tentativo di recuperare parti metalliche da rivendere per poche lire, brucia gran parte dei circuiti e dei materiali plastici per liberare i metalli, andando così ad aggravare le condizioni già precarie del territorio in cui vivono e peggiorare la loro salute.

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Cosa possiamo fare per combattere l’obsolescenza programmata, apparentemente irreversibile?

Molti studiosi teorizzano nuovi modelli di sviluppo basati sulla sostenibilità ambientale e sulla cosiddetta “decrescita” (l’economista Serge Latouche su tutti), ossia sulla progressiva riduzione della produzione e dei consumi, con l’obiettivo di ritrovare un equilibrio tra uomo e natura e di ripristinare una certa equità tra gli uomini stessi.

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Ma affrontando la questione dell’obsolescenza programmata in modo pratico, basterebbe molto poco per limitare il consumismo sfrenato: riparare un elettrodomestico invece di sostituirlo in caso di malfunzionamento, o allungare il ciclo di vita di un prodotto, invece di renderci vittime della pubblicità e della moda.

Il mondo dell’abbigliamento, ad esempio, è un tipico esempio di ciclo di vita ridotto al minimo, i capi durano una sola stagione, per poi passare inesorabilmente di moda.

Numerose sono le iniziative che si stanno mettendo in campo per frenare (e perchè no, arrestare) il dilagare dell’obsolescenza programmata: dal riciclo creativo, che si propone di dare nuova vita ad oggetti destinati a finire nei rifiuti (abiti, pneumatici consumati, cartoni da imballo, ecc.), alla diffusione in internet di istruzioni e schemi per riparare elettrodomestici rotti o sbloccarli dall’obsolescenza.

In Germania e in Olanda, ad esempio, la Repair Café Foundation sta creando una rete di caffé, dove si possono incontrare riparatori e persone che hanno oggetti da riparare, il tutto gratuitamente. Chi ha un’abilità, la mette a disposizione di chi ha oggetti da riparare; così, davanti ad una tazza di caffé, è possibile insegnare / imparare un mestiere, salvare un oggetto dalla discarica e socializzare, conoscendo nuove persone.

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Anche il web ci viene in aiuto, con siti in grado di fornire guide e manuali per la riparazione di oggetti (howstuffworks.com e ifixit.com, per citarne alcuni), oltre ad offrire un luogo di incontro e di scambio di opinioni e consigli, su specifici forum.

L’abitudine all’usa e getta e al tutto e subito, ci fa dimenticare troppo spesso che tutte le nostre scelte consumistiche hanno e avranno un impatto sull’ambiente adesso e negli anni a venire. Dedicare un po’ di tempo in più a trovare una soluzione più economica e sostenibile, prima di dismettere qualunque oggetto che possediamo, è una scelta responsabile, che ci premierà nel tempo.

Perché, come recita un antico detto degli indiani Navajo, non abbiamo ricevuto questa terra in eredità dai nostri padri, ma l’abbiamo presa in prestito dai nostri figli.

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