Come spiegare i cambiamenti climatici senza spaventare

di Claudio Riccardi del 30 novembre 2012

Attorno ai fenomeni climatici si sta sviluppando una sempre maggiore attenzione da parte dei media. Sfruttando i mezzi tecnologici a disposizione e ricorrendo molto spesso a immagini dai satelliti, grafici, animazioni video e social network, i mezzi di comunicazione influenzano e condizionano in maniera crescente la percezione che le persone hanno di ciò che accade nell’ambiente che ci circonda.

Alcuni non usano mezzi termini e parlano di vero e proprio bombardamento mediatico. Un allarmismo eccessivo e pericoloso che può generare psicosi. E allora quali potrebbero risultare le strategie più opportune per annunciare o raccontare eventi di tipo metereologico magari catastrofici? Una preoccupazione sorta soprattutto oltreoceano, negli Stati Uniti, uno tra i paesi più spesso alle prese con disastri naturali.

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David  Roberts, del sito grist.org, ritiene che l’informazione in questo particolare ambito debba seguire una moral logic, una logica morale. E cita a sostegno un originale parallelismo tra l’informazione data al pubblico sui cambiamenti climatici e le catastrofi naturali e l’informazione data dal medico al paziente nella fase precedente all’avvio di un ciclo di cura.

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Quindi Roberts racconta di un medico, Tom, che durante una visita diagnostica alla paziente, Jane, una malattia degenerativa che avrà degli sviluppi critici per lei. Ma Jane, che sino ad ora non ha effettivi disturbi, non crede al medico e anzi, pensa che stia solo assecondando i propri interessi economici.

I due hanno occasione di rivedersi, il medico sottolinea nuovamente la necessità di avviare una terapia, cercando di responsabilizzare la paziente. Nei giorni a seguire la ragazza ha un forte attacco influenzale, che il medico attribuisce alla malattia mentre Jane preferisce consultarsi con un altro medico. Quest’ultimo,  avvalorando i suoi sospetti, motiva l’influenza con un semplice virus. Infastidita, Jane discute di questo secondo parere con Tom e lo invita a non essere così insistente circa la gravità e l’esistenza della sua malattia. E qui la storia si chiude.

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La paziente corrisponde al pubblico che assiste ad un fenomeno climatico ma il dottore chi potrebbe essere? I giornalisti o gli specialisti in meteorologia?

E poi Roberts si chiede: chi ha ragione tra i due? Il medico Tom ha seguito una procedura deontologicamente corretta ma probabilmente è stato troppo solerte nel raccontare subito a Jane tutti i dettagli della patologia, il probabile decorso e le conseguenze. Un atteggiamento che ha finito per destabilizzare sin dall’inizio una paziente (in apparenza) sana come Jane.

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Secondo Roberts, ma anche secondo noi, emerge chiaramente una lacuna: esistono figure professionali deputate a informare sugli eventi catastrofici ed i rischi ma manca chi possa “curare” le ansie, le paure, le reazioni delle persone a questi eventi. D’altra parte, non è nemmeno pensabile l’istituzione di figure simili, giacché ogni evento ha una propria fenomenologia e va contestualizzato.

E allora dobbiamo incaricare i giornalisti di questo compito, attraverso la cronaca dei fatti, evitando inutili catastrofismi ma collegando comunque i singoli accadimenti a fenomeni generali, come il cambiamento climatico, l’effetto serra, l’innalzamento del livello dei mari?

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Un uragano, uno tsunami o un allagamento sono episodi eccezionali, come ne sono sempre accaduti nella storia. Purtroppo, o per fortuna, in passato non esisteva tutta questa massa mediatica che spettacolarizza un evento, come non esisteva capacità di previsione.

Ed è da qui che dobbiamo partire: dalla possibilità di prevedere gli effetti di un disastro. Chi comunica un fenomeno climatico dovrebbe mandare alle persone dei messaggi utili, efficaci, tempestivi. Senza cercare per forza  titoli sensazionali.

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