Cosmetici: non tutti fanno veramente bene!

di Roberta Razzano del 26 agosto 2013

Negli ultimi anni siamo rimasti sempre più increduli di fronte a notizie come quelle della mucca pazza, del salmone OGM o del glicole etilenico, una sostanza presente in alcuni detergenti corpo, ma anche nell’antigelo delle auto; la sensazione di starci spingendo troppo oltre “il naturale” ha preoccupato le nuove generazioni al punto tale che oggi, la maggior parte delle persone comprese tra i 25 e i 45 anni prestano un’attenzione particolare a prodotti e cosmetici biologici o eco-friendly, spendendo spesso il doppio di quanto potrebbero fare comperando prodotti sintetici.

Questa tendenza è in progressivo aumento tanto che, secondo l’ISMEA (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare) nel primo semestre del 2012 la spesa per i prodotti bio è aumentata del 6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, in barba a qualsiasi crisi.

A quanto pare, in tutta Europa, il settore della cosmesi naturale e dei prodotti rispettosi dell’ambiente e della persona è in una fase particolarmente briosa e felice, con fatturati in decisa crescita prima di tutto in Germania, poi in Italia, Francia, Inghilterra e così via.

Il consumatore medio è, in particolare, donna dai 25 ai 45 anni, con una buona cultura, tipicamente universitaria, impegnata ed informata che preferisce rinunciare ad una cena costosa ma non a prodotti naturali che rispettino l’ambiente e il proprio corpo.

LE CONOSCI? Cosmetici biologici e naturali: quali sono le certificazioni italiane?

L’attenzione è massima, perché è piuttosto semplice inserire la parola “bio”, ma non tutti i claim più accattivanti sono anche veritieri.

Per scoprire se un cosmetico è veramente biologico bisogna imparare a leggere le etichette, perché quelle non possono mentire; ad esempio per essere veramente bio il prodotto non dovrebbe contenere paraffine (derivanti dal petrolio) né siliconi, né tanto meno profumi o coloranti sintetici, componenti sottoposti a radiazioni, prodotti OGM e nessun derivato animale ad eccezione del latte e del miele.

Tuttavia ci sono alcune deroghe a tanto rigore, per tutelare la salute del consumatore, per cui le paraffine così come altri ingredienti quali il benzylalcohol-DHA, offrono protezione dalle alterazioni degli oli vegetali presenti nelle creme e nei cosmetici, oli che possono ossidarsi e portare dunque delle irritazioni, oppure tengono lontani muffe e batteri. 

Le percentuali delle sostanze presenti nel prodotto sono inserite in modo decrescente, quindi la prima nominata sarà quella predominante, l’ultima quella presente in quantità minore; inoltre è bene ricordare che anche i cosmetici hanno una scadenza, quelli biologici hanno un tempo di conservazione molto più breve, perché non contengono conservanti chimici.

Spesso nelle etichette troviamo i nomi botanici in latino di alcune piante che, per quanto incomprensibili, ci danno la consapevolezza che i prodotti vegetali a cui fanno riferimento non hanno subito alcun tipo di processo chimico, tuttavia bisogna sapere che anche la loro denominazione in inglese è corretta, bisognerà diffidare invece solo di quegli ingredienti che non hanno corrispettivo in latino, sono sicuramente di sintesi, o semisintetici, perché di recente formulazione.

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Per aiutare a districarsi in questo sistema di etichette, nomi strani e prezzi elevati dobbiamo sempre ricordare che meno elementi vengono utilizzati nella produzione di un cosmetico per viso o per il corpo più questo cosmetico è amico della nostra pelle e non lasciarci ingannare perché l’offerta è  enorme, basta guardare il numero impressionante di pubblicità in tv ed in rete per perdersi.

Per questo motivo la rivista il Salvagente (quotidiano on-line per i consumatori) ha deciso di testare 28 prodotti d’erboristeria, scelti tra creme idratanti, tinture e doccia schiuma, allo scopo di valutare l’aggressività dei componenti contenuti.

Il risultato è stato quello più ovvio: non sempre prodotti con la parola “natura”, “bio”, “eco” o “fito” nel claim risultano essere realmente tali.

La soluzione è quindi quella di scegliere prodotti testati sia in vitro che su volontari (umani) e certificati  da organismi di controllo riconosciuti dal ministero delle Politiche Agricole come ICEA (Istituto per la certificazione etica e ambientale) e il Ccpb (Consorzio per il controllo dei prodotti biologici) le cui sigle devono essere presenti  sull’etichetta.

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