Danni ambientali: in Italia ben 17 processi sono prescritti

di Luca Scialò del 23 giugno 2016

Italia, Paese delle stragi impunite. Anche quelle ambientali. Gli esempi sono vari e giusto per citarne qualcuno: la discarica Pitelli (La Spezia) piena rifiuti tossici, il petrolchimico di Porto Marghera (Venezia), il Mercante di rifiuti (Padova), vicenda di rifiuti mescolati a cemento per l’edilizia, il mare di Priolo (Siracusa) dove furono versate tonnellate di mercurio, contaminando pesci e latte materno. Per tutti questi casi, i processi sono finiti con un nulla di fatto, perché “il reato è estinto per intervenuta prescrizione”.

Perché avviene tutto ciò? Perché la nuova legislazione specifica sui reati ambientali che inserisce tali reati nel codice penale ma dà anche modo di “eliminare la contravvenzione accertata tra quelle previste  e che non hanno cagionato danno o pericolo concreto alle risorse ambientali, urbanistiche o paesaggistiche protette”, e qui dimostrare chi ha fatto il reato diventa complicato: vengono fatte perizie e contro perizie, lunghe indagini e battaglie in tribunale. E il tutto finisce nella prescrizione, che sebbene sia stata allungata, è ancora troppo breve.

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Se si vuole fare un calcolo più preciso, i processi per disastri ambientali più importanti sono 17, di cui molti già finiti in prescrizione e il resto ci finiranno senz’altro.

Tra questi i casi più clamorosi sono quelli di Priolo, piccolo comune siciliano, il cui mare nel 2001 divenne completamente rosso. La Guardia di Finanza scoprì che le industrie petrolchimiche scaricavano direttamente in mare fin dagli anni ‘70, tanto che in acqua fu rinvenuta una quantità di mercurio 20mila volte superiore al limite di legge. Alta la percentuale di mercurio rinvenuta anche nei pesci e nel latte materno. Ancora, in questi quarant’anni di sversamenti, il 5% dei bambini è nato con malformazioni, un numero cinque volte superiore alla media nazionale. Trenta gli indagati, a cui tutti i reati sono finiti prescritti.

Prescritta anche la discarica di Pitelli, rinominata la “collina dei veleni”, sito di stoccaggio di rifiuti, attivo fra gli anni ’70 e ’90, dove furono trovate, tra gli altri, 18mila tonnellate di scorie prodotte da inceneritori con enormi concentrazioni diossine, tonnellate di fanghi di depurazione da un complesso chimico-farmaceutico, scorie alcaline, macerie contenenti amianto. Le indagini partirono nel ’96 e si conclusero con una trentina di arresti. Il processo iniziò però solo nel 2003 con 11 rinvii a giudizio. Ma a 15 anni dal primo sequestro, dopo che la prescrizione aveva falcidiato la gran parte dei reati ambientali contestati, il collegio del tribunale di La Spezia dichiarò assolti tutti.

Ma, come detto, ci sono anche processi in corso a rischio prescrizione. Si ricordino quelli relativi all’impianto di Colleferro, della Valle del Sacco nel Lazio, della raffineria Tamoil a Cremona e quello contro la Lombardia Petroli a Villasanta.

Il sentore è che anche questi processi finiranno con un nulla di fatto e le vittime di questi scempi resteranno senza giustizia, pur avendo nel frattempo varato la legge sui reati ambientali e l’ecocidio.

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