Detriti di plastica: sono veramente dappertutto!

by Marco Grilli on 28 febbraio 2016

Stiamo vivendo in una vera e propria “Età della Plastica”? Pare proprio di sì: detriti di plastica oggi possono essere trovati ovunque e avranno un impatto di lunga durata sulla geologia del Pianeta.

Se il termine “Età della Plastica” non risulterà nuovo a diversi nostri lettori, non tutti sanno che questo materiale moderno è considerato uno degli indicatori stratigrafici di una nuova era geologica contraddistinta dall’influenza delle attività umane, l’Antropocene, che gli scienziati fanno risalire agli anni successivi alla Seconda guerra mondiale.

A queste conclusioni giunge anche un importante studio condotto dall’Università di Leicester (“The geological cycle of plastics and their use as a stratigraphic indicator of the Anthropocene”), pubblicato sulla rivista scientifica Anthropocene.

Se continuano questi trend di produzione, gli oceani e le terre emerse del nostro pianeta saranno sempre più minacciati dai rifiuti plastici, materiali inerti, durevoli, difficili da degradare e diffusi ormai ovunque sulla Terra, dalle cime delle montagne alle profondità dei mari. Ogni anno vengono prodotti oltre 300 milioni di tonnellate di plastica. Per capire cosa significa i ricercatori inglesi sono ricorsi a un’immagine eloquente per quanto inquietante: con quella prodotta negli ultimi decenni potremmo ottenere una pellicola che sarebbe capace di avvolgere l’intero pianeta Terra!

Dalla metà del XX secolo la plastica è diventata un elemento fondamentale della nostra vita. Estremamente versatile e alla base del recente progresso industriale e tecnologico, è utilizzata un po’ ovunque, dai laboratori, alle fabbriche, agli ospedali, ai negozi, così che è possibile ritrovarla sia come componente di edifici, strumenti e macchine, che nella veste di incarto o contenitore per cibi e altri materiali, nonché in moltissime altre forme per una miriade di scopi. Leggera, forte, flessibile, relativamente inerte, insolubile in acqua e resistente al deterioramento biologico e agli attacchi di molte sostanze chimiche, la plastica può esser facilmente trasportata dal vento e dall’acqua e accumularsi dappertutto in mucchi di rifiuti, costituendo un fattore inquinante di estrema pericolosità.

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Secondo lo studio, la plastica avrà un impatto di lunga durata sulla geologia del pianeta, proprio perché materiale inerte e di difficile decomposizione. Ecco perché un suo corretto smaltimento è oggi di estrema importanza, per limitare lo spreco di risorse, i consumi energetici e soprattutto l’inquinamento. I detriti di plastica sono diffusi in notevoli quantità un po’ ovunque, poiché si ritrovano non solo nei depositi terrestri ma anche in fondo al mare e nelle acque superficiali e profonde. Disperse da processi fisici e biologici, le particelle microplastiche possono viaggiare per migliaia di chilometri e disseminano il territorio diventando parte del suolo, mentre quando approdano in mare originano un ciclo distruttivo, finendo per esser consumate dal plancton, dai pesci e dagli uccelli acquatici, che per tale ingestione possono subire le più gravi conseguenze.

Materiale simbolo della vita moderna e al contempo uno dei più pericolosi e diffusi agenti inquinanti per l’ambiente, la plastica è ormai così ampiamente distribuita sia in terra che in mare tanto da esser considerata un indicatore geologico chiave dell’Antropocene, nelle sue vesti di componente distintiva di strato. Come spiegato dal professor Jan Zalasiewicz che ha guidato la ricerca, i materiali plastici sono già largamente dispersi nei depositi sedimentari, in quantitativi destinati a crescere ancora molto nei prossimi decenni. I differenti tipi di plastica e gli artefatti che originano, noti come tecnofossili, possono infatti conservarsi per lunghissimi periodi di tempo una volta sepolti in strati. Resistenti al logorio, hanno un ottima possibilità di fossilizzarsi e quindi di lasciare un segno per svariati milioni di anni.

L’ “Età della plastica” è ormai una realtà e questo materiale può a tutti gli effetti esser considerato non solo come agente inquinante tra i più pericolosi, ma anche come elemento distintivo di questa nuova era geologica avviata dalla seconda metà del XX secolo e definita Antropocene. Un’epoca altamente condizionata dal fattore umano, dove si registrano vari impatti ambientali oltre a quello derivato dal largo utilizzo di materie plastiche, poiché i suoi altri principali indicatori sono costituiti dall’aumento dell’anidride carbonica negli oceani, dal massiccio impiego di cemento e alluminio, nonché dagli isotopi radioattivi rilasciati dalle bombe atomiche sganciate nel corso del secondo conflitto mondiale.

detriti di plastica negli oceani

Particelle, rifiuti e detriti di plastica negli oceani rappresentano ormai una emergenza ambientale inderogabile

È ormai chiaro che le modalità distribuzione dei vari tipi di plastica, nella forma sia di micro che di macro particelle, rappresentano un mezzo fondamentale per caratterizzare i sistemi sedimentari globali. D’altronde, detriti di plastica sono diffusi perfino negli ambienti più remoti, quali i fondali marini e le regioni polari. Le microplastiche costituiscono un indicatore per i sedimenti marini, svolgendo un ruolo simile a quello dei microfossili nella più convenzionale paleontologia. Come emerge dalle conclusioni dello studio, una volta accumulate negli strati sedimentari le particelle plastiche hanno un buon potenziale di conservazione, seppur variabile, che può esser comparato a quello dei fossili organici ricalcitranti. Già oggi, la plastica è presente in quantità tali da esser considerata come uno dei più importanti tipi di “tecnofossile”, che testimonierà la presenza dell’uomo sulla Terra. Può sembrare incredibile pensare a questo elemento come materiale geologico e archeologico, eppure la plastica rappresenta un valido indicatore stratigrafico. A tanto siamo giunti.

Dalla fine della Seconda guerra mondiale sono stati prodotti cinque miliardi di tonnellate di materiali plastici, che potrebbero diventare 30 entro la fine del secolo. Detriti di plastica sono stati rintracciati addirittura nelle acque dell’Artico.

Ad oggi, come afferma Colin Waters del British Geological Survey, co-autore dello studio, vi sono tutte le basi affinché questo materiale così nocivo per l’ambiente lasci un’eredita durevole nella memoria geologica.

Se questo pericoloso trend non sarà invertito, vorrà dire che sono diventati di plastica anche i nostri cuori.

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