Dov’è che il cambiamento climatico colpisce di più? Una mappa ce lo dice

di Claudio Riccardi del 16 dicembre 2013

Asia meridionale e sudorientale, la costa orientale del Sud America, l’Europa centrale e occidentale e l’Australia meridionale: sono queste le aree che di qui al 2050 potrebbero conoscere più di altre dei sensibili cambiamenti climatici. A rivelarlo è una mappa ecoregionale dell’esposizione al clima futuro elaborata da James E. M. Watson, Takuya Iwamura e Nathalie Butt, dell’Università del Queensland, in Australia.

La mappa comprende una valutazione della capacità adattativa di un’ecoregione basata su un’analisi spaziale della sua integrità naturale, definita come la percentuale della vegetazione rimasta intatta, incrociata con una stima della sua esposizione al cambiamento climatico in atto e a quello futuro, grazie a una serie di modelli di proiezione. Questo duplice approccio consente di formulare un concetto di “vulnerabilità” al cambiamento climatico più articolato e complesso rispetto ai modelli passati, che si basavano soltanto sull’esposizione al cambiamento del clima.

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Per quanto riguarda il grado di conservazione della vegetazione naturale, secondo lo studio le ecoregioni più degradate sono quelle dell’Europa occidentale, del Nord America, della costa orientale del Sud America, della Cina, dell’India e dell’Asia meridionale e e sudorientale.

In termini di stabilità climatica, invece,  le regioni più critiche tendono a essere localizzate alle alte latitudini, come nel caso del Nord America, del Nord Europa o della Patagonia del sud, oppure negli altipiani, come il Tibet settentrionale. Le regioni più stabili climaticamente sono invece quelle che presentano una grande variabilità di altitudine e quelle che si trovano alle basse latitudini, con l’importante eccezione di alcune zone vicino all’Equatore, come il Sud America nord-orientale.

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Tra le principali variabili in grado determinare fortemente la stabilità del clima vi sono l’intensità e la stagionalità delle precipitazioni, soprattutto nelle zone più aride.

La relazione tra grado d’integrità naturale e stabilità climatica, secondo i risultati di Watson e colleghi, è estremamente mutevole. Alla luce di questo quadro non sarà semplice predisporre interventi di conservazione ambientale dei prossimi anni, adottando nelle aree già degradate e con una previsione di stabilità più sfavorevole un approccio che preveda la sinergia di diversi interventi, tra cui lo spostamento delle specie minacciate e opere di ingegneria del territorio.

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