Eco-materiali: costruiremo le case di batteri?

di Alessia del 3 ottobre 2013

Negli ultimi anni i processi biologici sono diventati protagonisti di importanti cambiamenti in diversi settori della produzione umana, basti citare fra tanti la rivoluzione dei biocarburanti.

Nonostante gli sviluppi sui bio-materiali, il mondo dell’architettura sembra ancora tentennare un po’. Tuttavia gli scienziati sembrano pian piano avvicinarsi alla messa a punto di un importante processo di trasformazione che vedrà le fabbriche tradizionali lasciare il posto a nuove fabbriche biologiche.

David Benjamin, architetto dello studio The Living, sta svolgendo degli esperimenti interessanti in un laboratorio dell’Università di Cambridge con le cellule di xilema, i lunghi tubi cavi che trasportano acqua nelle piante.

L’obiettivo è riuscire a creare dei bio-materiali che combinino tra loro le proprietà di diversi tipi di batteri, di modo da ottenere componenti che abbiano la forma e la consistenza desiderata.

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Ma come è possibile tradurre tutto questo in realtà?

Basta fissare degli obiettivi (ovvero definire con precisione le caratteristiche del materiale che si vuole ottenere) e inserire i dati in un apposito programma informatico. Quest’ultimo tradurrà il tutto in modelli biologici che daranno vita a fogli di cellule batteriche coltivati in laboratorio.

I vantaggi di un simile materiale sarebbero presto detti: rinnovabile, non inquinante e con processi produttivi che praticamente non comporterebbero emissioni.

L’ex ministro dell’energia degli USA, Stephen Chu, aveva già parlato di un nuovo sistema economico basato sul glucosio, lo zucchero delle piante, potenzialmente utilizzabile come fonte di energia nelle fabbriche e dunque valida alternativa al petrolio.

Per ora il progetto è ancora ad uno stato embrionale perchè nella pratica i processi sono ovviamente molto più complicati e di certo non è semplice riuscire ad ottenere materiali come travi o tegole che abbiano quelle caratteristiche di robustezza e resistenza necessarie per garantire la stabilità di un edificio.

Tuttavia Benjamin è molto speranzoso e ritiene che il futuro dell’architettura sia oramai improntato sulla collaborazione tra uomo e cellula per cui spera di vedere i primi frutti tra circa 10 anni.

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