Ex-Liquichimica, da eco-mostro a centrale a carbone?

di Erika Facciolla del 28 marzo 2013

Nessuno ne parla, ma a Saline Jonica (RC) la corsa al carbone sta tenendo un’intera comunità con il fiato sospeso visto che la Repower – multinazionale svizzera che opera nel settore energetico – vuole costruire a tutti in costi una centrale proprio nel sito che un tempo ospitava la ex Liquichimica, di cui abbiamo parlato nel post: In Calabria mega-centrale a carbone da 140 miliardi, tristemente nota ai calabresi per l’impatto ambientale devastante provocato da un impianto a carbone tra i più inquinanti d’Italia.

Anche in questo caso, i nomi che circolano sono sempre gli stessi e gli interessi anche: l’azionista di maggioranza, la Repower appunto, rappresentato dalle SEI, titolare del progetto, che ha già comunicato la chiusura di un accordo con il colosso svizzero per il 37,5% dell’impianto a un altro operatore del comparto.

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Benché i disastri provocati nel territorio reggino da quello che oggi è un vero e proprio eco-mostro che deturpa l’immagine di una delle zone della grecanica calabrese più preziose dal punto di vista naturalistico rappresentino ancora oggi una piaga nella storia del nostro paese, la Repower ha tutte le intenzioni di portare avanti il progetto che prevede la realizzazione di un mirabolante complesso architettonico a firma dell’architetto Italo Rota e del paesaggista Andrea Kipar.

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Un parco enzimatico destinato alla lavorazione dell’energia’ – così come lo definiscono i vertici di Repower – che ha già ottenuto diversi riconoscimenti per l’alto contenuto tecnologico e che promette di risanare il legame con il territorio circostante’.

Riconoscimenti e buoni propositi a parte, l’opera ha davanti a sé un iter burocratico lungo e tortuoso, nonché il parere fortemente contrario della Regione Calabria, Legambiente, WWF e altre associazioni ambientaliste, che si oppongono compatti alla realizzazione di un nuovo impianto a carbone.

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Dall’altra parte, i responsabili di Repower, affermano che l’entità dell’investimento e le rassicurazioni già fornite sull’impatto ecologico dell’opera in questione, sarebbero motivi sufficienti per non ostacolare il progetto la cui realizzazione avrebbe ricadute positive sull’economia locale e sull’occupazione.

E poi ci sono gli interessi della mafia calabrese che mai, in tutti questi anni, ha allentato il controllo del territorio e che qualora l’impianto venisse realizzato, di sicuro reclamerebbe la proprio ‘parcella’ dando vita ad altre speculazioni e fenomeni di illegalità.

Siamo sicuri che tornare a ‘sporcarsi’ le mani con il carbone sia una buona idea?

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