Finning, è l’India la prima a vietarlo con leggi davvero severe

di Erika Facciolla del 27 settembre 2013

La fama che si è guadagnata negli ultimi anni non le fa certo onore essendo uno dei paesi nelle cui acque si consuma il più alto numero di uccisioni di squali finalizzate al commercio illegale di pinne. Eppure l’India vuole voltare pagina e si prepara a dichiarare guerra ai bracconieri con una serie di provvedimenti legislativi mirati e un generale inasprimento delle pene sia per i possessori che per i venditori della preziosa merce.

La pratica illegale del ‘finning’, dunque, costerà fino a 7 anni di reclusione soprattutto se condotta a danno di specie protette e le sanzioni previste per i trasgressori saranno molto più rigorose e pesanti di prima.

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I principali gruppi ambientalisti locali hanno accolto con un plauso l’iniziativa del governo indiano che finalmente sembra essere deciso a porre fine ad una pratica crudele che sta mettendo a repentaglio la sopravvivenza di molte specie di squalo, ridotte ormai al 10% di esemplari rispetto a qualche decennio fa. Gli attivisti, inoltre, si augurano che l’esempio dello stato asiatico sia seguito da altri paesi responsabili dello stesso tipo di mattanza e chiedono a gran voce un intervento delle autorità internazionali per accelerare i tempi.

Dopo l’Indonesia, l’India è lo stato dove negli ultimi anni vengono catturati e uccisi più squali, molti dei quali appartenenti a specie protette e in via d’estinzione, tra cui lo squalo martello e lo squalo balena.

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Le carni e le pinne ottenute da questa mattanza finiscono sul mercato nero o sono destinate al consumo locale anche se nella maggior parte dei casi i bracconieri interessati alle sole pinne smembrano l’animale ancora vivo e disperdono le carcasse in mare, dopo una lenta e spietata agonia.

Il maggiore acquirente mondiale di pinne di squalo è la Cina (dove la zuppa di pinne è molto richiesta) che da alimenta un giro d’affari da 4,8 milioni di dollari all’anno.

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