Fiscalità ambientale, chi inquina paga ma la legge è veramente uguale per tutti?

di Marco Grilli del 28 aprile 2014

Il mantra della fiscalità ambientale, chi inquina paga, è sempre più gettonato. A marzo 2014  è entrata in vigore la nuova legge in materia fiscale (n. 23/2014), che con l’art. 15 predispone dettagliate istruzioni su questo tema.

Sulla spinta dell’Unione europea, in materia di sviluppo sostenibile, anche in Italia si deve introdurre entro l’anno una nuova fiscalità «finalizzata a consumi e produzioni sostenibili, e a rivedere la disciplina delle accise sui prodotti energetici e sull’energia elettrica, anche in funzione del contenuto di carbonio e delle emissioni di ossido di azoto e di zolfo».

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La norma persegue la finalità del doppio dividendo, poiché con le imposte ecologiche si ottiene un guadagno in termini di miglioramento della vita e di tutela dell’ambiente, legato alla variazione dei prezzi o all’aumento delle aliquote, con la possibilità di reimpiegare il gettito ottenuto.

Ecco quindi che la legge promuove la destinazione del gettito che arriverà «alla riduzione della tassazione sui redditi, in particolare sul lavoro generato dalla green economy, alla diffusione e innovazione delle tecnologie e dei prodotti a basso contenuto di carbonio e al finanziamento di modelli di produzione e consumo sostenibili, nonché alla revisione del finanziamento dei sussidi alla produzione di energia da fonti rinnovabili».

La legge di stabilità 2014, inoltre,  prevede lo stanziamento di 180 milioni destinati alla difesa del suolo e altri 90 in favore del Fondo per la tutela delle risorse idriche, prevedendo il pagamento delle spese di recupero delle zone inquinate a carico di chi ha provocato il danno.

II principio di entrambe le norme è quello di colpire chi inquina, per impiegare i fondi ottenuti in favore di un nuovo virtuoso modello ambientale ed energetico, sostenibile e fondato sulle rinnovabili.

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Conferme in tal senso arrivano dall’UE. Un recente studio sul potenziale della fiscalità ecologica basato sui dati provenienti dai 12 Stati membri, prova che lo spostamento della pressione fiscale dal lavoro all’inquinamento darebbe luogo a entrate pari rispettivamente a 35 miliardi di euro nel 2016 ed a 101 nel 2025, con cifre molto più alte se venissero adottate anche misure per abolire le sovvenzioni a produzioni dannose per l’ambiente. La politica green può quindi incentivare la crescita economica mediante il potenziamento di una fiscalità più ecologica.

Secondo il concetto del “chi inquina paga” l’imposta ecologica colpisce il soggetto che con la sua attività danneggia l’ambiente – il quale può sempre migliorare le prestazioni e l’efficienza della sua azienda per evitare di pagare – calcolando la base imponibile sull’impatto ambientale provato e specifico.

Alla luce di questa nuova riforma, è lecito chiedersi se questo principio verrà rispettato e ognuno pagherà per quanto effettivamente inquinato. L’indagine di ECBA Project sui costi ambientali e sanitari delle emissioni dei settori di attività economica in Italia ci aiuta a orientarci in questa delicata materia.

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Si stima che i costi esterni associati alle emissioni in atmosfera di tutti i settori di attività (comprese le famiglie) del 2012 ammonti a 48,3 miliardi, pari al 3,1% del Prodotto interno lordo (Pil). L’inquinamento grava su tutti noi da un punto di vista anche economico, con effetti sulla salute, sul sistema sanitario, sull’ambiente…

In base a queste cifre e considerando il gettito dell’attuale regime di imposte ambientali, che assommava nel 2012 a 45,5 miliardi di euro incluse le imposte sull’energia (dati Istat), possiamo constatare che il grado di copertura delle esternalità ambientali da parte del fisco è apparentemente molto elevato, pari al 94%.

L’analisi di dettaglio condotta da ECBA svela però le forti iniquità fra i diversi settori, sottolineando le incoerenze e la scarsità di relazioni fra l’attuale regime di fiscalità e i costi esterni derivanti dai consumi energetici e dalle altre attività inquinanti dei settori economici.

In pratica, le famiglie e il settore dei servizi in generale pagherebbero imposte ambientali in misura significativamente superiore al loro inquinamento; all’opposto l’industria manifatturiera paga poco rispetto al livello di inquinamento generato. Una situazione paradossale che contrappone chi paga più di quanto inquina a chi inquina più di quanto paga.

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Le famiglie forniscono un gettito di 24,8 miliardi contro i 15,1  d’inquinamento prodotto, i servizi si trovano in una situazione analoga (14,5 miliardi di imposte contro i 9,3 miliardi di costi esterni generati), mentre l’industria copre con le proprie tasse ambientali solo il 41% del proprio livello di inquinamento (rispettivamente 5,2 e 12,8 miliardi). All’interno del settore secondario, paradossale è la situazione del comparto energia elettrica e gas, che se la cava con un gettito appena superiore a 1 miliardo di euro contro i 3,7 miliardi di costi. In questo caso bisogna comunque valutare che il fisco applica il principio “l’utente paga”, facendo gravare l’imposta sull’elettricità (gettito di 3,4 miliardi) sugli utenti finali che, diversamente dai produttori, non hanno alcuna capacità di controllo sulle scelte tecnologiche e gestionali riguardanti le modalità di produzione dell’energia elettrica.

Secondo Donatello Aspromonte, co-autore dell’indagine e partner di ECBA Project: «Il disallineamento che esiste tra tasse ambientali pagate e costi esterni generati da uno specifico comparto/settore è dovuto sostanzialmente al fatto che il gettito dell’attuale regime di fiscalità ambientale si basa quasi esclusivamente su basi imponibili che rappresentano in maniera approssimativa quello che dovrebbe essere invece – per ovvie ragioni di equità, di efficienza e di sostenibilità dello sviluppo – un impatto ambientale negativo provato e specifico».

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L’indagine giunge poi a conclusioni interessanti quando cerca di verticalizzare l’analisi sul potenziale gettito di imposte ambientali gravanti su specifici inquinanti, quali ad esempio la carbon tax e la tassa sulle emissioni di ossido di zolfo e di azoto, entrambe incluse nella fiscalità ambientale.

Il gettito complessivo di una tassa sulla CO2  potrebbe raggiungere in Italia i 13 miliardi di euro (2,9 miliardi a carico delle famiglie e 10,1 a carico delle imprese), mentre l’estensione della tassa sulle emissioni di ossido di zolfo e di azoto a tutti i settori che le provocano, potrebbe portare ad un incremento del gettito dagli attuali 14 milioni di euro a ben 10,1 miliardi di euro!

La tassa ambientale col maggiore potenziale sarebbe però quella sulle polveri sottili (PM 2,5), che da tutti i vari comparti potrebbe arrivare ad un gettito complessivo di 17 miliardi di costi esterni.

Spostando l’imposizione fiscale dai fattori produttivi a quelli di inquinamento, si potrebbero rilanciare crescita ed occupazione nella direzione di uno sviluppo sostenibile e di una maggiore equità sociale.

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In attesa dei provvedimenti, in Italia le fonti fossili restano però ampiamente sussidiate (12 miliardi tra aiuti diretti e indiretti a carico dei contribuenti), come dimostrato da uno studio pubblicato da Legambiente a fine 2013.

Se è vero poi che alcuni studi a livello europeo hanno evidenziato il carattere potenzialmente regressivo delle imposte con finalità ecologiche sui consumi (quali imposte indirette), non possiamo trascurare il fatto che tale problema può esser superato attraverso una redistribuzione del gettito fiscale, utile a neutralizzare l’effetto regressivo.

In definitiva, lo strumento fiscale pare quello più efficace per garantire la tutela ambientale. 

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