Food sharing e food swapping: condividere il cibo aiuta a combattere lo spreco alimentare

di Erika Facciolla del 8 giugno 2014

Nato in Germania su iniziativa di Valentin Thum e Stefan Kreutzberg per dire ‘no’ allo spreco alimentare, il food sharing sta diventando un fenomeno sempre più diffuso in rete soprattutto dopo la pubblicazione del rapporto della FAO che nel 2011 ha denunciato uno spreco di cibo per il consumo umano pari a 1,3 miliardi di tonnellate all’anno.

Negli ultimi due anni, infatti, le associazioni, i blog, i siti e i profili sui social network dedicati a questo argomento si sono letteralmente moltiplicati, contagiando un numero sempre più alto di persone e cittadini che condividono una filosofia di vita basata sul risparmio del cibo e sul consumo etico delle risorse alimentari.

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Dal dicembre 2012 il servizio food sharing che permette di mettere a disposizione degli altri su una piattaforma web (www.foodsharing.de) il cibo in eccedenza, è attivo in alcune città tedesche come Berlino, Colonia, Monaco di Baviera, Ludwigsburg e Chemnitz, ma la mappa delle città e dei paesi che stanno sperimentando questa esperienza cresce di giorno in giorno.

Nel corso del 2013 la rete per condividere il cibo in eccesso dovrebbe sbarcare in tutta Europa, a cominciare da Austria e Svizzera.

In Italia invece è nata l’associazione no profit fondata da quattro giovani catanesi, ‘ I food share’, attiva sul web dal febbraio scorso (www.ifoddshare.org) che è  una vera e propria piattaforma in cui chiunque può donare i propri prodotti alimentari in eccedenza a beneficio di cittadini e categorie più deboli, coniugando così solidarietà, impegno sociale e sostenibilità ambientale in un unico gesto.

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Pane, paste, riso, omogeneizzati, farina, cioccolato, cereali caffè, bibite, marmellate, biscotti, frutta, latticini, carne, uova e ogni genere alimentare, viene ‘piazzato’ in rete con tanto di etichetta di tracciabilità e data di scadenza per poi essere ritirati gratuitamente da altri utenti ed evitare che finiscano nella pattumiera.

Il cibo proveniente dalle piattaforme di condivisione può essere donato o scambiato con alimenti messi a disposizione dai membri della stessa o di altre comunità vicine, questo è food swapping. Così capita che un barattolo di fagioli inutilizzato venga scambiato con uno di sottaceti, una pagnotta con un pacco di farina e così via, swap dopo swap, il carrello della ‘spesa’ si riempie (senza dover passare dalla cassa) e la credenza si svuota di tutti quei prodotti che nella maggior parte dei casi non vengono più consumati per varie ragioni.

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Il sito www.foodswapnetwork.com nasce proprio con questo obiettivo: rendere facilmente reperibile il cibo barattato da altri utenti attraverso una rete presente ormai in Stati Uniti, Canada, Francia, Gran Bretagna e Paesi Bassi. Attraverso la mappa interattiva presente nel sito, si possono cercare i punti di swap più vicini e partecipare agli incontri fissati tra swapper della stessa comunità.

Per consentire a cuochi e cuoche provette di dar libero sfogo alla propria voglia di cucinare e condividere deliziosi manicaretti fatti in casa, l’agenzia londinese Futuregov ha dato vita al ‘Club della casseruola‘ (www.casseroleclub.com) che permette di condividere porzioni extra di cibo fatto in casa.

Come funziona? Ci si registra on line, si propone il pasto da condividere e attraverso la funzione di geolocalizzazione si individuano i potenziali ‘beneficiari’ di quel cibo nella propria zona.

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Dall’altra parte dell’Oceano, il sito americano AmpleHarvest.org mette in rete tutti gli appassionati e i cultori di giardinaggio e orto urbano al fine di creare banchi alimentari solidali per ogni comunità.

L’idea è di Gary Oppenheimer, imprenditore locali dall’animo green, che ha pensato bene di connettere i 40 milioni di coltivatori urbani sparsi negli USA con i 50 milioni di cittadini che non hanno almeno un pasto caldo garantito al gorno. Il sito è già diventato un’applicazione mobile che permette ai banchi alimentari americani di richiedere i prodotti più urgenti e ai coltivatori di orti urbani di rispondere alle specifiche esigenze.

Che la lotta agli sprechi alimentari abbia dunque inizio!

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