Le multinazionali lasciano gli allevamenti intensivi

by Luca Scialò on 16 gennaio 2016

Dietro la pressione dei consumatori, sempre più consci dei danni legati agli allevamenti intensivi, anche le grandi multinazionali – per compiacerli – provano a limitarne l’utilizzo. Parliamo di aziende che non vogliono vedere i propri marchi accostati allo sfruttamento degli animali e sono disposte – pur diminuendo i loro già cospicui profitti – a scegliere fornitori che producono la carne e le uova in maniera più ‘umana’. Il calcolo che fanno è mantenere notorietà e aumentare la propria considerazione.

Parliamo di allevamenti nei quali gli animali non vengono affatto rispettati, stipati come sono in gabbie ristrette, in cui passano tutta la loro breve esistenza. Costretti altresì a mangiare in continuazione e con pochissime pause al fine di diventare sempre più grossi e pronti per il consumo in tempi rapidi, imbottiti di antibiotici, per evitare la trasmissione di malattie, dato il grande sovraffollamento.

In questi anni dunque le stesse multinazionali stanno cominciando a rivolgersi a metodi di allevamento più equi, strette come sono da una parte nella doppia morsa di una crescente consapevolezza da parte dei consumatori stessi e dalle pressioni delle sempre più agguerrite associazioni ambientaliste, e dall’altra parte dalle leggi sempre più severe in materia emesse dai Governi nazionali.

Per esempio, Nestlé, sovente nell’occhio del ciclone per le sue strategie di produzione, ha scelto di abbandonare l’uso di uova da galline in gabbia entro il 2020. Anche il gigante della distribuzione inglese Subway, che con i suoi 32.000 punti vendita è la catena più grande del mondo, dietro le pressioni di una nota associazione animalista americana ha annunciato di passare dal 2025 all’utilizzo esclusivo di uova provenienti da allevamenti “a terra”.

Questi sono solo i casi più eclatanti. Sperando che lo stesso facciano Starbucks, Kellogs o McDonald’s, che da solo acquista oltre il 4% della produzione americana di uova. o stresso tipo di decisione è stato preso anche da diverse catene di fast-food, produttori di alimenti confezionati, ristoranti, supermercati e negozi. E non parliamo solo delle uova, ma anche di pollame, carne bovina e suina.

I tempi di conversione da una modalità d’acquisto all’altra dipendono dal tipo di allevamento prescelto e anche dalla realtà aziendale. Va da sé che piccole realtà possono farlo in tempi rapidi, mentre colossi che devono soddisfare la richiesta di migliaia di punti vendita sparsi per il Mondo, necessitano di tempi più lunghi per adeguarsi. Fatto sta che stiamo assistendo a un cambiamento nel campo degli allevamenti.

Negli Stati Uniti, ad esempio,  le gradi realtà produttive di uova e pollame cominciano a pensare di abbandonare il tipo ‘intensivo’ in gabbia e convertirsi in allevamenti a terra e senza gabbie, che oggi è solo l’8% del totale. E tutti i grandi allevamenti ‘industriali’ dovranno cominciare a convertirsi se vogliono stare al passo con le richieste dei clienti. Si spera che le gabbie siano proprio totalmente abolite, non accontentandosi che siano solo la minoranza.

Oggi la situazione degli allevamenti intensivi in gabbia per la carne destinati al consumo dell’uomo è difficile, dal punto di vista degli animali.

E cosa significa per esempio per una gallina essere allevata in gabbia.

Partendo dai soggetti più deboli, ossia gli animali, basta dire che i polli sono costretti a vivere batterie dove sono disposte file e file di gabbie, una sopra l’altra, arrivando anche a 7 piani di altezza. Dato lo spazio ridotto, il povero pennuto non può neanche aprire interamente le ali. Le gabbie sono tutto ciò che una gallina vede nella propria vita. Già breve in realtà, di circa due anni. Quando vi escono, non per clemenza dell’allevatore ma perché ridotte a fine ciclo produttivo delle uova, sono destinate al macello. In Italia circa l’80% della produzione di uova proviene da gabbie. Parliamo di 39 milioni di galline sacrificate in questo modo.

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Non va meglio alle galline da allevamento ‘a terra’.

Sono costrette in gabbie strettissime (invece che decine di metri sono grandi qualche centinaio di metri), certo, ma dopo i circa due anni di sfruttamento, vengono uccise per cominciare un nuovo ciclo produttivo con nuove galline. I pulcini vengono selezionati appena nati, ed i maschi – inutili sia alla produzione di uova che a quella di carne – tritati vivi o gettati in bidoni o sacchi, per morire soffocati. I pulcini femmine sono sbeccati con una lama rovente, per evitare che si facciano troppi danni con le violente aggressioni che l’affollamento crea. Sempre costrette in capannoni giganti ed estremamente affollati, il sole e l’erba neanche li vedono. Hanno solo la fortuna di poter aprire le ali e non veder intrappolate le proprie zampe in una grata di ferro. Vivono ‘meglio’ insomma, ma non sono da invidiare.

Gli allevamenti intensivi sempre più abbandonati dalle multinazionali

Gli allevamenti intensivi’a terra’ delle galline ovaiole

Con la richiesta di sempre maggiori allevamenti ‘a terra’ i produttori dovranno adeguarsi affrontando ingenti investimenti; dovranno rimuovere le gabbie, riadattare i capannoni, cambiare il processo lavorativo e produttivo, e con molti meno guadagni. Le accuse delle associazioni ambientaliste – le quali oggi utilizzano i social per infangarli e rendere noti i nomi di quanti si rendono protagoniste di tali efferatezze – non smetteranno certo di accusarli, con conseguenze negative per il marchio sul mercato e, in più saranno obbligati dalle leggi a convertire i propri metodi di produzione.

Infine, vediamo cosa cambia per i consumatori finali. Sia negli Usa che in Europa l’opinione pubblica è sempre più consapevole di cosa ci sia dietro le catene di fast-food a base di carne e uova. Negli ultimi 6 anni, nonostante l’aumento della popolazione, per esempio, gli americani hanno ridotto del 14% il consumo di pesci e del 10% il consumo di carni, e sono nate numerose alternative alle uova, anche per i prodotti fatti con le uova (vedi la mayonese senza uova, ad esempio).

Da alcuni sondaggi sembra che il 36% degli americani dimostri interesse verso una dieta non rigidamente vegetariana ma composta prevalentemente da alimenti vegetali. Spinti anche dal buon esempio di vip quali Bill Gates, Zuckerberg, stelle di Hollywood, gli analisti di Market&Market prospettano per le alternative vegetali alla carne un mercato di più di 5 miliardi di dollari.

Perfino il Nasdaq sta invitando esplicitamente le aziende a non investire negli allevamenti. E’ come un circolo vizioso che parte dai consumatori finali e arriva agli animali. Se i primi cominciano a spendere sempre meno in questo tipo di beni di consumo, le aziende investiranno sempre meno in produzioni intensive. Di conseguenza, a giovarne saranno gli animali.

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