Il carbone americano esportato in altri Paesi

di Luca Scialò del 19 gennaio 2013

Visto che il mercato interno non ne richiede molto, gli Stati Uniti hanno deciso di abbassare il prezzo del carbone, rendendolo così appetibile a quei Paesi che, anacronisticamente, ne fanno ancora un uso smodato. Con gravi ripercussioni per l’ambiente, comportando cio’ una nuova spinta alla crescita delle emissioni di gas serra.

Secondo una recente ricerca dell’università di Manchester (Tyndall Centre for Climate Change Research), infatti, più della metà delle recenti riduzioni delle emissioni nel settore energetico Usa (meno 8,6% rispetto al 2005) è fittizia su scala globale: si è spostata altrove, proprio a causa del commercio del carbone, una sorta di delocalizzazione di una delle forme energetiche meno pulite e sostenibili.

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A tutti gli effetti, gli Stati Uniti stanno quindi praticando la delocalizzazione di una produzione a rischio. La misura di questo rischio è spiegata da Amory Lovins, uno dei fondatori del Rocky Mountain Institute, in un libro appena uscito in Italia (“Reinventare il fuoco”, Edizioni Ambiente): secondo stime condotte nel 2010 dalla Clean Air Task Force l’inquinamento atmosferico prodotto dalle centrali a carbone causa più di 13.000 morti premature all’anno negli Stati Uniti e fa salire i costi dell’assistenza sanitaria di 100 miliardi di dollari all’anno.

Inoltre “ogni ora una centrale a carbone da un gigawatt brucia 500 tonnellate di carbone, ma utilizza anche più di 90 milioni di litri d’acqua di raffreddamento, dei quali circa 4 milioni evaporano. Già ora il 49% dell’acqua utilizzata negli Stati Uniti serve a raffreddare centrali termoelettriche; di questa circa il 2,5% evapora, quasi la metà di quanta ne viene usata per tutti i consumi domestici e commerciali”.

Insomma, l’America vuole disfarsi del carbone, e, ahinoi, ha pure trovato degli ottimi acquirenti.

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