Il DNA e la pianta spazzina

di Erika Facciolla del 9 luglio 2013

C’è una pianta, in natura, che negli ultimi tempi sta facendo letteralmente impazzire scienziati e ricercatori di tutto il mondo costringendoli a rimettere in discussione alcuni delle ipotesi sulla regolazione genetica e i processi biochimici ad essa connessi finora formulate.

La pianta in questione è una specie carnivora acquatica dal nome singolare: Utricularia gibba.

Il comportamento genetico di questa pianta, osservato attentamente da esperti di fama mondiale, ha dell’incredibile: sembra, infatti, che sia in grado di ‘eliminare’ il Dna spazzatura, cioè quella parte di Dna non codificante che è presente nel nostro genoma ma di cui ancora oggi si ignora la funzione.

SPECIALE: La pianta sente il profumo delle altre piante e… ne prende il posto!

La scoperta è di un team di ricercatori del Laboratorio Nacional de Genómica para la Biodiversidad (LANGEBIO), in Messico, e dell’Università di Buffalo, che ne hanno sequenziato interamente il genoma scoprendo che è composto per il 97% da Dna codificante necessario e solo per il 3% da Dna spazzatura.

Il termine ‘spazzatura’ deriva da un’assunzione della biologia molecolare che definisce ‘non codificanti’ tutte le sequenze di genoma umano non soggette a trascrizioni in RNA (in altre parole che non producono proteine), e quindi apparentemente prive di funzioni. Eppure il codice genetico di un individuo è costituito per il 98% dalla parte non codificante, il ché ha fatto nascere in molti studiosi l’esigenza di andare oltre i presupposti della genetica ‘convenzionale’, alla ricerca dei processi e delle funzioni che invece questa parte di Dna potrebbe essere in grado di determinare.

FOCUS: Le piante si parlano attraverso… le radici!

Con questa recente scoperta ampiamente descritta e documentata sulla rivista Nature, invece, il dibattito sull’argomento è destinato a subire una netta inversione di tendenza, poiché i meccanismi evolutivi osservati nella Utricularia Gibba sembrerebbero altamente efficienti, predisposti quindi ad eliminare le sequenze inutili dei vecchi geni e preservare solo quelle effettivamente necessarie. Il genoma della pianta, infatti, presenta 80 milioni di basi, molte meno di quelle individuate in altre piante complesse, e ben 28.500 geni, in linea con altre piante affini; ed è per questa precisa ragione che solo il 3% del materiale genetico isolato risulterebbe privo di funzioni specifiche: in altre parole ‘inutile’ a tutti i livelli. Nonostante questo, la gibba sembra non risentirne affatto e mostra un’attività cellulare del tutto analoga a piante ricche di Dna spazzatura.

Il dibattito tra scienziati di tutto il mondo è ora più acceso che mai. Resta da vedere quale verità, la ricerca, sarà in grado di restituirci…

Leggi anche:

{ 0 comments… add one now }

Leave a Comment

Inserisci il numero esatto *