Il problema dei rifugiati ‘climatici’ comincia dall’Alaska

di Elle del 14 giugno 2013

Sembra arrivato il momento di cominciare a parlare anche di un nuovo status di rifugiati: i ‘rifugiati climatici‘.

Il cambiamento climatico ha infatti accelerato il normale processo di erosione anche lungo le coste e i fiumi di varie zone del mondo, soprattutto verso i Poli e nelle terre come l’Alaska e la Siberia, specialmente in prossimità del Mar Baltico e del Mare di Bering, rischiando di cancellare anche numerose piccole isole dell’Oceano Indiano e Pacifico.

In Alaska, per esempio, l’aumento delle temperature ha determinato lo scioglimento degli strati di ghiaccio che contribuivano a tenere insieme il suolo. La maggiore intensità delle piogge ha prodotto più inondazioni e di conseguenza l’ingrossamento dei fiumi ha portato alla scomparsa di ampie porzioni di terra e al ritrarsi delle spiagge, erose dalle correnti.

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Nel contempo il ghiaccio marino, che ha sempre costituito una barriera naturale contro le tempeste intense, si è assottigliato e ritirato, esponendo le zone costiere al pericolo tsunami a causa delle frequenti tempeste provenienti dal Mare di Bering.

In questo scenario devastante che pochi media hanno descritto con il dovuto realismo, gli abitanti dell’Alaska hanno già iniziato ad esplorare le alternative possibili per consentire il ripristino delle zone di terra ferma ormai sommerse o portate via dal mare.

Alcune comunità stanno pensando di rinforzare le coste attraverso la costruzione di ‘frangiflutti’ protetti da massi ma i materiali necessari, il lavoro ed il personale richiederebbero uno sforzo economico e di tempo troppo ingente per loro.

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La difficoltà di reperire fondi, soprattutto per i villaggi più remoti e piccoli dell’Alaska, sta portando a sviluppare soluzioni altermative come quella di spostarsi verso una parte di terreno più elevata, sostituendo gradualmente i vecchi edifici con nuove strutture collocate a quote più alte.

Ovviamente il problema nasce per quelle comunità che non possono contare sulla presenza di zone a maggiore altezza in cui trovare rifugio, e per quelle che – situate in zone umide – non potrebbero sostenere i grandi progetti di ingegneria necessari per affrontare una tale situazione.

Sembra quindi che si possa iniziare a parlare di un primo caso di ‘rifugiati climatici‘ proventienti dall’Alaska.

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CATERINA ottobre 8, 2013 alle 3:05 pm

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