Il vero nemico del Pakistan? E’ l’emergenza acqua

di Nadia Fusar Poli del 19 settembre 2013

La nuova grande minaccia del Pakistan? Non si chiama terrorismo. Il dramma che questo paese dell’Asia meridionale sta vivendo e che rischia di tradursi in vero allarme, è la scarsità d’acqua.  In un recente rapporto pubblicato dalla Asian Development Bank, è emerso uno scenario preoccupante: il Pakistan è tra i paesi del mondo maggiormente esposti al rischio stress idrico. Il vero nemico da combattere è l’emergenza acqua.

L’acqua, uno dei beni (e dei diritti) più importanti dell’umanità, scarseggia e dal momento che la domanda supera di gran lunga l’offerta, enormi quantità del prezioso “oro blu” vengono prelevate dai serbatoi della nazione. Le riserve si stanno progressivamente esaurendo e secondo l’ADB, la capacità di stoccaggio del Pakistan – ovvero la quantità di acqua disponibile in caso di emergenza – è limitata a soli 30 giorni di fornitura. Una capacità molto al di sotto dei 1.000 giorni raccomandati per i paesi con condizioni climatiche simili. Se non verrà intrapresa un’azione tempestiva e mirata, la crisi idrica potrebbe tradursi in un dramma sociale di enorme portata e generare disordini in tutto il paese.

LO SAPEVI CHE:  L’Italia ha il primato europeo per consumo di acqua in bottiglia, e le Regioni ‘regalano’ le sorgenti

Cosa potrebbe significare per il Pakistan, un paese che si trova già in una situazione di estrema e ormai cronica scarsità di energia elettrica? Le interruzioni di corrente durano fino a 18 ore al giorno e gli effetti sull’economia e sul benessere dei pakistani sono evidentemente drammatici. I cittadini si radunano spesso per le strade, chiedendo una risposta e soprattutto un intervento da parte del governo.  Le proteste degenerano spesso in atti di violenza, aggravando una situazione politica già tumultuosa e instabile. Se anche l’acqua, preziosa risorsa naturale, dovesse cominciare a scarseggiare, il disagio e il malcontento prenderebbero il sopravvento e getterebbero il paese nel caos totale.

I primi segnali in questo senso stanno già cominciando a prendere forma. La scorsa settimana, i residenti di Abbottabad –  dove il mese scorso oltre 5.000 famiglie hanno dovuto far fronte ai disagi legati al caldo torrido, senza poter disporre di acqua a sufficienza – hanno promesso che organizzeranno dimostrazioni di massa se il governo non sarà in grado di affrontare il problema. Ma di chi è la responsabilità? Nel corso di una conferenza organizzata nella provincia di Sindh all’inizio di questo mese,  i leader dei partiti politici e le varie organizzazioni di categoria hanno giocato a scaricabarile,  puntato il dito su ex capi di stato e sui vicini del Pakistan.

Naturalmente, questa situazione è una miccia che può essere accesa da un momento all’altro da gruppi estremisti, i quali per altro stanno già strumentalizzando la faccenda, alimentando le folle per raccogliere sostegno e consenso. Hafiz Saeed, il fondatore del gruppo militante Lakshar-e-Taiba – l’organizzazione dietro gli attacchi di Mumbai del 2008 – ha inequivocabilmente accusato l’India e il suo governo di azioni “terroristiche”, responsabili della crisi in corso. Evocando un problema particolarmente sensibile, che tocca da vicino milioni di pakistani, la retorica di Saeed dimostra come questa vulnerabilità possa essere facilmente sfruttata e “manipolata” dai movimenti e dai gruppi militanti per fomentare il malcontento.

La demografia generale del Pakistan lascia intendere che tale drammatica tendenza potrà solo peggiorare nel tempo. La popolazione del Paese è cresciuta in modo esponenziale nel corso degli ultimi decenni. Gli attuali 180 milioni di abitanti, potrebbero salire sino a 256 milioni entro il 2030, e la domanda di acqua non potrà che crescere di pari passo. Nel frattempo, a causa del cambiamento climatico in atto, le principali fonti di approvvigionamento idrico del Pakistan, come il fiume Indo, tendono inesorabilmente a ridurre la propria capacità e portata.

Qual è la possibile risposta alla crisi? Per cominciare, il governo sta esercitando pressione perché siano ridefiniti i termini dell’Indus Water Treaty del del 1960 – il piano di condivisione dell’acqua raggiunto tra India e Pakistan e che illustra come i sei fiumi del bacino dell’Indo potrebbero essere condivisi. Tra i due paesi è in atto una controversia  – il Pakistan ha recentemente contestato la costruzione di dighe sui fiumi che nascono in India ma che confluiscono in Pakistan, sostenendo che le dighe potrebbero limitare l’offerta idrica del paese –  su cui la Corte Internazionale di Arbitrato dell’Aia è chiamata ad esprimersi. La decisione presa avrà chiaramente un impatto sul rapporto tra le due storiche rivali , dal momento che la domanda di acqua è in costante crescita in entrambi i paesi.

Considerata la crescente pressione da parte di diversi gruppi interni al Pakistan, e la probabilità che l’instabilità possa intensificarsi proprio a causa della carenza d’acqua, il governo pakistano rischia di trovarsi in una posizione difficile nei negoziati con l’India : il Paese avrà un margine di manovra limitato contro un governo, quello indiano, che potrebbe essere riluttante a rinegoziare un trattato in vigore da ben 53 anni.

LEGGI ANCHE: Storia di una diga che distruggerà il Kashmir

Esistono tuttavia altre strade praticabili,  al di fuori dell’India, perché il Pakistan possa far fronte alla sua emergenza. Ad esempio, l’implementazione di tecniche di coltivazione aggiornate e moderne potrebbe rappresentare un primo e importante passo in avanti. Il settore agricolo del Pakistan è infatti noto per i suoi sistemi di irrigazione e per i suoi processi di drenaggio inefficienti e insufficienti, che hanno contribuito ad aggravare il problema della scarsità d’acqua nel paese. Il governo dovrà guardare oltre i propri confini e compiere sforzi a livello internazionale per creare strumenti d’intervento e soluzioni efficaci

Lo scenario che si sta profilando potrebbe essere peggiore di quello attuale e nei prossimi anni e decenni, il volto del Pakistan potrebbe cambiare radicalmente: una popolazione in crescita che non può disporre delle risorse di cui ha bisogno per sopravvivere e una situazione economica svantaggiata, rischiano di gettare il paese in un periodo di profonda instabilità, sino ad un punto di non ritorno. Senza alcuna azione significativa volta ad affrontare e a risolvere il problema dell’emergenza acqua nel paese,  il futuro del Pakistan rischia davvero di tingersi di nero.

{ 1 comment… read it below or add one }

Luther P. Knight settembre 19, 2013 alle 5:04 pm

Nel giugno del 2009 gli scontri tra miliziani filo-talebani e esercito pakistano nella regione nord-occidentale del Pakistan hanno subito una violenta escalation. Oltre due milioni gli sfollati che si sono allontanati dai loro villaggi per cercare riparo e sicurezza. In collaborazione con la Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo italiana, INTERSOS ha distribuito nei distretti di Mardan e Sawabi beni di prima necessità: tende, generatori elettrici, coperte, set da cucina, contenitori e depuratori per l’acqua, materiale per l’igiene personale. Il lavoro di distribuzione è stato sostenuto insieme alla organizzazione non governativa pakistana SHED, raggiungendo le famiglie più vulnerabili sparse su un vasto territorio, ospitate in piccole comunità.

Rispondi

Leave a Comment

Inserisci il numero esatto *