Il vino invecchia negli abissi

di Veronica Minervino del 28 gennaio 2014

Cosa si inventano i viticoltori per avere un prodotto originale?

Quest’idea nasce da alcuni ritrovamenti effettuati nei fondali marini. Il primo, nel Mar Ligure, in cui furono portate alla luce anfore di età greco-romana contenenti vino in discrete condizioni, data l’età dei relitti.

Il secondo episodio, il più importante a luglio del 2010. Vennero ritrovate a fianco dei resti di una nave affondata nel Mar Baltico un centinaio di bottiglie di champagne risalenti al 1780, si presume facessero parte di una partita che Luigi XVI stava mandando allo zar Pietro il Grande.

Grazie al simbolo di una piccola ancora sul tappo si risalì alla provenienza dell’azienda produttrice: Veuve Clicquot, la prima ad assaggiarne il contenuto fu un’enologa finlandese che descrisse il vino come in ottime condizioni, dal colore oro scuro e dal sapore molto intenso e deciso. Una fortuna per l’azienda che mise all’asta le bottiglie per un valore di partenza di 53.000 euro l’una.

Ma come fece il vino a resistere tutti quegli anni?

In relazione alla vicenda ci furono alcuni sommelier italiani che espressero alcune perplessità sulla resistenza del tappo di sughero ma nonostante le critiche, il vino risultò più che bevibile. Questo perché le condizioni ambientali nei fondali marini sono molto simili a quelle di cantina, scarsa luce e temperature basse e costanti.

Questa scoperta com’era prevedibile fece scatenare le fantasie di enologi e viticoltori, che senza perder tempo hanno cominciato ad immergere in fondo al mare bottiglie e barrique di vino bianco e rosso.

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Quali sono i benefici di un invecchiamento in mare?

Lo scambio tra ambiente e vino dà a quest’ultimo a livello organolettico particolari sfumature salmastre e sapidità. Gli spumanti ‘metodo classico’ trovano nei fondali marini le condizioni ideali in quanto la pressione sottomarina e quella all’interno della bottiglia permettono un affinamento delle bollicine e, grazie all’effetto ‘culla’ dato dalle correnti, il vino si amalgama in continuazione con le ‘fecce nobili’ presenti anch’esse nella bottiglia, assumendo così maggiore complessità e struttura.

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Il primato è da attribuire ad un’azienda italiana – la Bissoni di Chiavari – che già nel maggio del 2009 immerse bottiglie di spumante ‘metodo classico’ a 60 m’ sotto il livello del mare, lo chiamò Abissi; in seguito venne il Lagunare e adesso arriverà anche una delle più grandi firme di Bordeaux, lo Chateau Larrivet Haut-Brion.

In Spagna, hanno deciso di capire a fondo come funziona questo metodo. Infatti, lungo la costa dei Paesi Baschi è stato creato un laboratorio (Lseb) a 15 m di profondità. In assoluto rispetto dell’ambiente si studia il ruolo che l’ambiente sottomarino può avere per questo nuovo inusuale metodo d’invecchiamento del vino.

Attendiamo aggiornamenti!

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