In Italia la corsa all’estrazione del petrolio non si è mai fermata

di Barbara Nazzari il 17 febbraio 2012

Italia Far West della trivella. E’ questa la drammatica realtà che emerge dal Dossier di WWF Italia, sull’attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi nel nostro paese. Un paese con un patrimonio naturalistico straordinario, unico per biodiversità e con la più alta concentrazione di siti UNESCO del mondo. Eppure tanta bellezza è svenduta e messa a repentaglio in nome dell’oro nero.

I pericoli legati all’estrazione e al trasporto del petrolio sono noti. Meno nota l’effettiva situazione in cui versa il nostro territorio a causa della gestione dissennata delle concessioni. Innanzitutto facciamo qualche osservazione sulle specificità della penisola italiana che rendono il rischio ancora più tangibile.  Il mare Mediterraneo è un bacino chiuso con un lentissimo ricambio delle acque; rappresenta lo 0,7% delle acque totali del pianeta, eppure il 25% del traffico petrolifero mondiale passa da qui.

Si calcola che ogni anno 100-150.000 tonnellate di idrocarburi finiscano nel Mediterraneo con effetti disastrosi: non si parla solo degli effetti immediati, in termini di distruzione della flora e della fauna marina, ci sono anche gli effetti cronici, quelli sub-letali, per cui gli animali assorbono con la respirazione, l’alimentazione e il contatto sostanze altamente tossiche che vengono immesse stabilmente nella catena alimentare.

Ma i pozzi esplorativi non contaminano solo i mari, avvelenano anche la terra. Un esempio emblematico è quello della Val d’Agri in Basilicata, territorio monopolizzato dalle attività di perforazione.  Un pozzo esplorativo, infatti, scarica intenzionalmente o accidentalmente tra le 30 e le 120 tonnellate di sostanze tossiche con gravi rischi di inquinamento delle acque e del suolo e per la salute della popolazione. E paradossalmente la devastazione di un’intera regione (si calcola che il 60% del territorio sia interessato da attività di scavo e ricerca) non porta alcun vantaggio economico o occupazionale alla popolazione.

APPROFONDISCI: su Basilicata e petrolio vedi anche:
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Basilicata e Petrolio, una lunga storia ma non a lieto fine

E qui arriviamo al punto. Nonostante il petrolio in Italia sia oggettivamente poco (l’Italia è al 49° posto tra i produttori e produce lo 0,1% del prodotto globale) e di scarsa qualità, le concessioni si moltiplicano a ritmi vertiginosi. Ma allora, cosa attira le società di estrazione? La risposta è semplice: un regime fiscale fatto di esenzioni, agevolazioni e vantaggi unici al mondo.

Ecco le principali, evidenziate da WWF:

1. Le aliquote da pagare allo Stato si applicano solo oltre le 20 mila tonnellate di petrolio prodotte annualmente in terraferma e le 50 mila tonnellate di petrolio prodotte in mare.

2. Oltre queste soglie l’aliquota oscilla tra il 7% e il 4% in mare, mentre in terraferma sale al 10%. La media delle aliquote applicate da altri Paesi al mondo oscilla tra il 20 e l’80% del valore del prodotto estratto.

3. Ad essere agevolate sono soprattutto le coltivazioni marginali, di piccola entità, che causano grandi danni a fronte di una produzione effettiva irrilevante.

Sulla base di queste ghiotte condizioni  nel corso del 2010 solo  5 società su 59 operanti in Italia hanno pagato le royalty (ENI, Shell, Edison, Gas Plus Italiana ed ENI/Mediterranea idrocarburi) e questo, ovviamente, si è tradotto in minori entrate per l’erario statale e per gli enti locali.

Ad aggravare la situazione i tagli previsti, che andranno a ridurre ulteriormente i fondi destinati alla Tutela dell’Ambiente: nel 2012 verranno a mancare i fondi destinati alla vigilanza ambientale delle Capitanerie di Porto e non è da escludere che successivamente si dovrà fare a meno anche della flotta di pronto intervento in caso di inquinamento da idrocarburi in mare.

Insomma, è necessario un cambiamento drastico e veloce. Come proposto da WWF nei disegni di legge presentati in Senato, è fondamentale aggiornare le aliquote ed eliminare le esenzioni, e destinare gli introiti ad interventi per la tutela dell’ambiente e per lo sviluppo economico e sociale. I disastri ecologici degli ultimi decenni dovrebbero avercelo già insegnato: lo sfruttamento ambientale sconsiderato è un gioco d’azzardo ad altissimo rischio da cui si esce sempre e comunque perdenti.

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