In Perù le miniere d’oro illegali distruggono sempre più foresta pluviale

di Marco Grilli del 9 dicembre 2013

L’incredibile rialzo della quotazione dell’oro è uno degli effetti della crisi economica globale che ormai imperversa dal 2008. La caccia al metallo prezioso, dominata dall’insensata logica del profitto ad ogni costo, minaccia oggi un vero paradiso naturale, chiamato Madre de Dios. Si tratta di una regione del Perù al confine con la Bolivia, caratterizzata da una ricchissima foresta pluviale, fondamentale per la biodiversità del nostro Pianeta, ora messa fortemente a rischio dalla sconsiderata proliferazione delle miniere illegali.

A lanciare l’allarme è il Carnegie Insitution for Science, un organismo di ricerca americano, autore di un rapporto, pubblicato in collaborazione col Ministero dell’Ambiente peruviano, dalle conclusioni sconcertanti. Dal 2008, ogni anno sono andati distrutti ben 15.810 acri (circa 6.400 ettari) di foresta pluviale, in quel cuore verde peruviano conosciuto per gli insediamenti indigeni, la ricchezza floro-faunistica e l’eco-turismo.

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Secondo questo studio, condotto con tecnologie di rilevamento dati particolarmente avanzate, le aree devastate sono almeno il doppio di quanto si potesse prevedere. E’ proprio vero che al peggio non c’è mai fine! Nulla è sfuggito a questa minuziosa ricerca, che si è avvalsa di un velivolo leggero dotato di una nuova tecnologia laser, si chiama Lidar, capace di restituire precisi modelli tridimensionali in grado di mappare il territorio con una precisione mai avuta prima.

La migliore tecnologia, purtroppo, ha fatto emergere la peggiore realtà: una fotografia impietosa della Madre de Dios, saccheggiata non solo da agricoltori impoveriti e lavoratori che cercano di sbarcare il lunario, agendo con mezzi manuali e improvvisati, ma anche da veri e propri imprenditori al di fuori della legge, arricchitisi con la caccia all’oro, che ricorrono a moderni macchinari ed impiegano centinaia di minatori.

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Grazie ai loro ritrovati tecnici, i ricercatori sono riusciti a scoprire numerosi piccoli campi minerari, ben nascosti nella foresta e  disseminati lungo tutta la zona considerata, che costituiscono ben il 51 % delle aree di scavo illegale censite. Qui, agiscono in totale spregio del territorio escavatori, camion e pale meccaniche, perforando il terreno, lasciando voragini e deturpando irrimediabilmente il paesaggio. Nessun rispetto neanche per i letti dei fiumi, dragati illegalmente con conseguenze imprevedibili.

La corsa all’oro sta avendo effetti negativi superiori a tutte le altre attività, che provocano la perdita della foresta, quali il disboscamento, l’agricoltura e la pastorizia” -spiega Greg Asner, lo scienziato della Carnegie che la scorsa estate ha sorvolato l’area – “Questo è molto importante perché stiamo parlando di una zona cruciale per la biodiversità globale. A causa dell’oro, rischiamo di perdere per sempre l’increbile flora e fauna della regione”.

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Oltre al devastante impatto ambientale, il rapporto invita a considerare anche le pesanti ripercussioni sociali di queste attività illegali, che hanno trasformato questo angolo incontaminato in una zona degradata, dominata  dalla prostituzione minorile, dallo sfruttamento dei lavoratori in nero e dalla piaga dell’alcolismo.

Pesanti anche i contraccolpi sulle popolazioni indigene: le tonnellate di mercurio utilizzate per estrarre l’oro hanno inquinato gravemente le acque e di conseguenza il pesce, che costituisce una delle principali fonti di alimentazione dei nativi. Nelle analisi del sangue degli indigeni, compresi i bambini, sono stati riscontrati livelli di questo metallo pesante altamente pericolosi per la salute.

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La lotta intrapresa dal presidente Ollanta Humala per sradicare questo indegno fenomeno non ha avuto finora esito. Ai tentativi di regolarizzare l’attività mineraria entro aprile 2014, i minatori hanno risposto perfino con lo sciopero, comprendente marce, proteste e blocchi stradali in varie zone del Paese.

La Natura invoca clemenza, prima di sfogare la sua collera. Ascoltiamola!

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