Una discarica chiamata Mare Artico

di Claudio Riccardi del 3 settembre 2013

Estremo, apparentemente inattaccabile, in realtà indifeso ed estremamente vulnerabile. Lunghi periodi senza luce, temperature estreme e meccanismi naturali di crescita eccezionalmente lenti tutti contribuiscono a rendere l’Artico particolarmente ricettivo all’inquinamento. Parliamo in particolare della vasta area che rientra sotto la giurisdizione del governo Russo.

Qui, tra le penisola di Kola, l’arcipelago di Novaja Zemlja e le regioni di Arkhangelsk e Norilsk, dal dopoguerra ad oggi le attività militari e industriali hanno messo a dura prova gli ecosistemi, portando in alcune aree alla totale distruzione dell’ambiente. Le principali fonti di inquinamento atmosferico sono le fabbriche di pasta di legno e gli imponenti complessi della metallurgia, che sfruttano nichel (a Norilsk ha sede l’ominimo gruppo, leader mondiale nella produzione di nichel e palladio), rame e i depositi di fosforo.

Da qui fuoriescono emissioni di biossido di zolfo, in quantitativi pari a centinaia di migliaia di tonnellate ogni anno. Un pericolo gravissimo per la salute dell’uomo e degli animali.

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La vegetazione si è deteriorata in diverse regioni,  intorno ai centri industriali e per migliaia di ettari è addirittura scomparsa. Non aiutano le correnti, che spingono verso queste latitudini  l’inquinamento atmosferico dall’ Europa occidentale, e l’Artico, in virtù del suo “metabolismo” si comporta come una spugna: assorbe e integra gli inquinanti nel suo ambiente.

Già colpita da piogge acide, la foresta di conifere è minacciata dall’industria del legname, che sfrutta, sfrutta, sfrutta sempre di più. Il terreno oggi è inquinato e contiene alte concentrazioni di metalli pesanti come rame, nichel e zinco. Nelle acque dei fiumi non va meglio, l’acqua si mischia a ligninsolfonato (sostanza organica derivante dalla lignina, sottoprodotto della produzione della cellulosa), ammoniaca, fenoli e metanolo.

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Ci sono poi da valutare le nefaste conseguenze dei test nucleari. La maggior parte dei test dell’Unione Sovietica (oltre un centinaio 1955-1990) sono stati effettuati in Novaja Zemlja, e grandi quantità di rifiuti radioattivi solidi e liquidi sono stati scaricati nei mari di Barents e Kara. Vicino a Murmansk, poi, è di stanza la Flotta del Nord, che comprende navi rompighiaccio a propulsione nucleare e sottomarini nucleari.

La vicina centrale di Polyarnyy è stata classificata come “pericolosa” da parte dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica e di recente sono state avviate le ispezioni più estese mai avvenute in territorio russo o sovietico.  Oltre 20 sono infine le cariche nucleari fatte scoppiare per l’ingegneria civile e i lavori di estrazione. Poche di queste attività sono menzionati nei rapporti ufficiali, e molto poco si sa del grado di contaminazione radioattiva nella regione.

Un quadro la cui gravità si commenta da sola.

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