La Ferriera di Trieste, una piccola Ilva di cui nessuno parla

di Erika Facciolla del 13 febbraio 2013

L’industria siderurgica italiana è una macchina imperfetta che solo negli ultimi anni ha mostrato il lato oscuro e il pesante fardello zeppo di colpe, omissioni, silenzi, morte che da decenni si porta in spalla.

Non solo di Ilva si tratta, quindi, come abbiamo già evidenziato in un articolo dedicato all’impianto Eni di Gela: gli eco-mostri che continuano a mietere vittime nell’indifferenza dei media e dell’opinione pubblica sono tanti, più di quel che probabilmente immaginiamo. E guai a ridurre la questione ad un fenomeno prettamente meridionale perché l’Italia intera, da Nord a Sud, è costellata di tante fabbriche della morte micidiali quanto il più noto stabilimento di Taranto.

In questi luoghi l’esposizione all’amianto continua a rappresentare la causa principale delle cosiddette morti ‘bianche’, dei tumori e delle gravi patologie che colpiscono operai ed ex operai degli stabilimenti, ma anche di cittadini inconsapevoli che per anni sono stati esposti alle esalazioni tossiche.

SPECIALE TUTTOGREEN SULL’AMIANTO:

La Ferriera di Trieste non è che un altro tassello di questo grande e intricatissimo  puzzle. L’acciaieria, ex Italsider, oggi gestita da un commissario governativo, è responsabile di un’ impressionante diffusione di tumori polmonari che tra il 1974 e il 1994 hanno colpito 300 dei 2.412 operari dello stabilimento.

Un dato agghiacciante (e in costante aggiornamento) che però solo oggi viene reso noto dalle Procure e dai documenti di Inail e Inps dopo anni di silenzi e di ritrosie ingiustificate. Succede a Taranto e Gela, ma anche a Trieste, Torino, Seveso e in altre città del nord dove l’aria puzza di omertà e di motore bruciato esattamente come all’estremità meridionale dello Stivale.

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E a Trieste – se vi capita di guardare qualche immagine sul web o di farci un salto –  la Ferriera è posizionata nel cuore pulsante della città esattamente come l’Ilva a Taranto.

Il caso della Ferriera è un altro vaso di Pandora, che per troppo tempo è stato tenuto accuratamente coperto da un coperchio traballante di complicità e omissioni. Ora che lo stabilimento ha quasi cessato la produzione, ridotto i suoi lavoratori a 450 ed è orfano di un piano di bonifica e riconversione serio e attuabile, il fantasma di quella siderurgia sporca – un ‘affare’ tutto italiano – ha cominciato ad aleggiare anche sul capoluogo friulano.

Qui l’allarme sulle malattie tumorali e infantili suona più minaccioso che mai. Eppure, a pochi passi dalla fabbrica, all’ombra dei camini e dei loro torbidi vapori, i bambini di un asilo nido giocano tutti i giorni in cortile.

Quella praticata dalla Ferriera è una siderurgia solo di facciata, fatta per produrre gas tossici, sfruttare le agevolazioni ‘ecologiche’ previste dalla normativa e produrre energia elettrica da rivendere ad un prezzo elevatissimo proprio grazie ai quei gasi nocivi impiegati durante la lavorazione. La vera acciaieria, infatti, ha traslocato da tempo in Russia.

Vantaggi, interessi trasversali, business: la banchina del porto antistante è utilizzata per il carico e lo scarico anche di terzi.  Ovviamente a pagamento. E poco importa se pochi metri più in là c’è il porto, quello vero.

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È passato più di un mese dall’ultimo (sembra un gioco di parole) ultimatum del ministro Clini per rimettere a norma lo stabilimento e alla Ferriera nulla è cambiato. La prospettiva della chiusura non rallegra i pochi dipendenti rimasti, peraltro consapevoli dei rischi a cui vanno incontro, se non altro per aver incrociato il loro destino con quello dei tanti compagni morti di tumore o delle loro mogli, ammalatesi per aver lavato in casa le tute utilizzate in cokeria.

Ma questa è l’Italia, non solo l‘Ilva’.

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