Personaggio davvero di rilievo, Jeffrey Sachs, oggi presidente dell’Earth Institute alla Columbia University, era un economista prodigio degli anni ottanta, il più giovane professore di Economia nella storia di Harvard.
Viaggiando in Est Europa, Africa e SudAmerica per combattere l’iperinflazione che strozzava vari paesi negli anni ottanta e novanta, Sachs ha preso coscienza come pochi del tema della povertà nel mondo, delle sue cause e le possibili soluzioni. Toccando con mano i problemi economici nei quattro angoli del globo, Sachs ha potuto sviluppare un punto di vista autorevole, non puramente accademico sul tema della povertà nel mondo, tema cui si è integralmente dedicato nell’ultimo ventennio, anche con diverse iniziative sul campo.
Il suo saggio, frutto non solo dei suoi studi in economia, ma anche e soprattutto di una esperienza sul campo vastissima, è un’opera omnia sul tema della povertà e dei possibili rimedi.
Il suo libro è un saggio fittissimo di cifre, fatti e analisi, esposte in maniera magari un attimino pedante, ma scorrevole: Sachs ci ricorda che oggi, ogni giorno nel mondo muoiono 20.000 persone a causa delle condizioni di totale indigenza in cui conducono la propria vita, senza contare il disastro ambientale in atto.
Sono centinaia di milioni le persone costrette a lottare quotidianamente contro la fame e le malattie, mentre i paesi ricchi aumentano di giorno in giorno la loro ricchezza e il loro dominio sul pianeta.
La parte più bella, tuttavia, a mio parere è quella autobiografica, dove Sachs racconta la sua esperienza di consulente economico in Bolivia, ex Unione Sovietica, Polonia, Cina e altri paesi: qui Sachs fa tesoro della sua esperienza, del fatto di avere viaggiato in più di cento paesi, coprendo più del 90% della popolazione mondiale.
Ma qual è la sua tesi, alla fin fine? La sua tesi è innanzitutto che la povertà non è destinata a sparire da sola.
Serve un patto tra Nord e Sud del mondo, con un miglioramento nella qualità e nella qualità di aiuti del primo al secondo: lo sviluppo, infatti, passa necessariamente attraverso la creazione di infrastrutture di base funzionanti (strade, porti, ponti…) e l’accrescimento del cosiddetto “capitale umano” (salute ed educazione), altrimenti i mercati sono destinati a fallire. Solo con questo potremo sperare di sconfiggere la povertà in un futuro prossimo.
Tutto da leggere, come ci ricorda anche Bono nella prefazione.
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