La scomparsa delle api: che cosa abbiamo imparato dalla lezione?

di Magi del 2 novembre 2013

I primi allarmi per l’improvvisa scomparsa delle api vennero diffusi alla fine del 2006 e, per i due anni successivi, a fronte di circa un terzo delle colonie scomparse, i ricercatori faticavano ancora a capire le cause del preoccupante fenomeno, che è stato prontamente battezzato CCD, cioè Colony Collapse Disorder.

Nel 2009, finalmente, gli studiosi giunsero ad una conclusione concorde, dopo aver perso tempo a litigare su chi avesse o meno ragione: in realtà, si deve supporre che non ci possa essere un singolo elemento patogeno coinvolto nella ‘strage’ della api, ma una serie di fattori concomitanti ‘colpevoli’, cioè virus, funghi, pesticidi e, non da ultimo, l’acaro parassita noto come ‘varroa destructor’.
Insomma, tutti avevano torto e tutti avevano ragione.

Le api sono, in sostanza, una delle tante specie animali che si trova costretta a lottare prepotentemente contro un flusso costante di nuovi parassiti e di agenti patogeni che non hanno mai incontrato prima e dai quali non hanno strumenti per difendersi: lo stress ambientale, dovuto all’uso massiccio di pesticidi, ha via via indebolito le difese immunitarie delle api, che, di conseguenza, sono divenute facile preda di batteri e virus. La minima variabilità genetica delle api, inoltre, le rende una specie maggiormente a rischio.

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Il tutto con gravi conseguenze anche per l’apicoltura, oltre che per l’ambiente: ad esempio, alcuni apicoltori americani sono stati costretti a investire in linee di api russe, poiché resistenti, o quanto meno, tolleranti al già citato acaro ‘varroa’. Queste api russe, però, oltre ad essere molto più costose delle api di colonie ‘normali’ e indigene, hanno anche un calendario stagionale completamente diverso da quello del paese di adozione, creando perciò seri problemi di gestione.

Le api, come del resto noi umani, se esposte continuamente a fattori di stress virali e microbici, a lungo andare si indeboliscono e si ammalano, permettendo alle patologie di avere il sopravvento, specialmente in particolari condizioni: non è un caso, infatti, che il picco del fenomeno in USA, nel 2007, sia coinciso con un anno di particolare siccità in molte aree statunitensi, siccità che ha provocato, come conseguenza, anche una notevole scarsità nell’approvvigionamento nutrizionale delle api che sono state esposte, per via del loro indebolimento, all’attacco di virus e di un nuovo fungo, il ‘nosema ceranae’, comparso per la prima volta proprio in questa occasione. A conferma del legame stretto tra una buona alimentazione e la buona salute delle api, è stato osservato che le colonie di quegli apicoltori che hanno mantenuto l’alimentazione supplementare a base di proteine e carboidrati hanno subito meno perdite dovute alla CCD.

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Non c’è dubbio, però, che le perdite annuali di api sono di gran lunga maggiori oggi di quanto non fossero solo 20 anni fa: se fino a qualche anno fa, la perdita percentuale annuale di api si aggirava intorno al 10%, nell’inverno del 2006 la perdita ha toccato un picco storico del 36%, che, fortunatamente, da allora, è in lieve ma costante flessione.

Ma cosa possiamo fare noi per aiutare concretamente le api?
Banalmente, possiamo piantare fiori e piante, meglio se autoctoni, che siano in grado di fornire nettare e polline alle api. E poi, soprattutto, ridurre l’uso massiccio dei pesticidi.
Queste due azioni tangibili, e relativamente semplici, se messe in pratica da molte persone, possono salvare le nostre api e ripristinare la biodiversità dei nostri paesaggi agricoli e urbani.

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