La scure del fisco mette a rischio i parchi americani

di Cinzia Porfiri del 26 marzo 2013

Chi non ricorda le avventure dell’orso Yoghi e dell’amico Bubu, sempre in fuga dal ranger nel parco di Yellowstone? Sono proprio lo Yellowstone National Park e le altre 397 aree protette americane a rischiare il tracollo, poiché dallo scorso primo marzo è entrato in vigore il Sequestration Act, un piano di tagli economici varato dall’amministrazione americana a causa del mancato accordo sul tetto di bilancio tra il Presidente e il Congresso. Il taglio da 85 milioni di dollari previsto dal decreto colpisce trasversalmente tutti i comparti della spesa pubblica, compresa quella ambientale.

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L’allarme è stato lanciato da Jon Jarvis, Presidente del National Park Service (NPS) – l’ente che gestisce i parchi americani– che subirebbe tagli per 183 milioni di dollari, pari a circa il 5% del budget. I tagli comporteranno ampie riduzioni nei servizi e negli organici, con conseguenze facilmente immaginabili: alcune aree camping verranno chiuse, così come diversi Visitor Center e stazioni ranger.

Molti parchi d’alta quota dovranno ridurre il proprio periodo di apertura, poiché la diminuzione del personale non permetterà più di sgomberare prontamente dalla neve le strade d’accesso durante i mesi invernali.

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Diverse aree picnic saranno chiuse e in quelle rimaste non ci saranno addetti sufficienti per svolgere pulizie e manutenzione regolari: ciò significa che aumenteranno gli animali selvatici attirati dagli odori dei rifiuti lasciati dai campeggiatori, con il rischio che questi ultimi riducano le visite proprio per la minore sicurezza del luogo.

I parchi naturali degli Stati Uniti sono una delle mete principali del turismo nazionale e internazionale e questa manovra fiscale rischia di causare un’ingente perdita economica sul lungo periodo e lasciare a se stessi luoghi meravigliosi.

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