Legambiente e la situazione delle bonifiche di siti inquinati in Italia

di Marco Grilli del 12 aprile 2014

Qual è la situazione delle bonifiche di siti inquinati in Italia? Prova a rispondere Legambiente nel suo recente dossier sul tema.

Sono ben 100.000 gli ettari di territorio avvelenati da rifiuti industriali di ogni sorta, distribuiti in 39 siti d’interesse nazionale (SIN), ossia aree contaminate da sottoporre a bonifica. Peccato però che quest’ultime vadano tremendamente a rilento, se pensiamo che il 100% dei piani di caratterizzazione previsti, che corrispondono alla prima fase del processo di risanamento, è stato presentato solo per 11 siti. In totale, sono 254 i progetti di bonifica di suoli o falde con decreto di approvazione, a fronte delle migliaia di elaborati presentati. Ritardi sono stati registrati anche sui progetti di bonifica presentati e approvati: 3 SIN su 39 hanno già ottenuto l’ok per l’intervento su tutta la superficie contaminata.

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Se le pratiche dei privati stentano, non altrettanto succede al giro d’affari connesso al risanamento ambientale, calcolato per una cifra intorno ai 30 miliardi di euro. Dal 2001 al 2012 gli investimenti pubblici e privati hanno toccato la ragguardevole quota di 3,6 miliardi, ma i risultati sono stati davvero deludenti. E c’è poco da rallegrarsi sul fronte del risanamento dei siti inquinati di interesse regionale e locale, gestito dagli enti locali, perché sui 4.837 siti contaminati, solo 3.088 sono quelli che risultano bonificati.

Si parte dal 1998, quando furono individuati i primi 15 siti da bonificare, ma a tuttoggi, nonostante le risorse impiegate e le semplificazioni via via adottate, la situazione è di stallo. Il Ministero dell’Ambiente si è perso nella marea di documenti e servizi inutili in cui è impelagato, mentre i veri responsabili dell’inquinamento, continuano ad agire indisturbati. E certuni riescono persino a far fruttare i finanziamenti per le bonifiche senza essere mai partiti! Mentre alle spalle proliferano una miriade di false bonifiche e taffici illegali di rifiuti.

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Le bonifiche ritardano, la forte concentrazione di inquinanti nell’ambiente persiste e alla fine a rimetterci è la nostra salute, che subisce danni gravissimi. Nel 2011 si è concluso il progetto ‘Sentieri‘, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, per tracciare il profilo sanitario delle popolazioni residenti in 44 SIN.

Il risultato è un bollettino da brividi: si passa dall’eccesso di tumori della pleura nei SIN con l’amianto (Balangero, Casale Monferrato, Broni), agli incrementi di mortalità per tumore o malattie legate all’apparato respiratorio dovute alle emissioni degli impianti petroliferi, petrolchimici, siderurgici e metallurgici (Gela, Porto Torres, Taranto), senza dimenticare le malformazioni congenite (Massa Carrara, Falconara, Milazzo e Porto Torres), le patologie del sistema urinario (Piombino, Massa Cararra, Orbetello, nel basso bacino del fiume Chienti e nel Sulcis) o gli eccessi di malattie neurologiche (Trento nord, Grado e Marano e nel basso bacino del fiume Chienti) per l’esposizione a metalli pesanti e composti o solventi alogenati.

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I ritardi nelle operazioni di bonifiche sono dovuti anche alla resistenze da parte dei soggetti responsabili dell’inquinamento. Sono molti, infatti, coloro che di fronte ai rilevanti investimenti richiesti per risanare suoli e falde danneggiate dal processo produttivo, approfittano della dilatazione dei tempi, talvolta presentando anche ricorso contro i decreti, per spalmare la spesa nell’arco di un periodo decisamente troppo lungo. Da tempo agli onori delle cronache è la famiglia Riva, proprietaria dell’Ilva di Taranto, cha ha attivato un percorso di ammodernamento degli impianti solamente dopo il sequestro dello stabilimento operato dalla magistratura e il conseguente commissariamento aziendale. Solo uno dei tanti esempi di queste storie di ritardi voluti.

Per quanto riguarda i territori più a rischio dove le bonifiche non sono mai partite, nel suo dossier Legambiente ha aspramente polemizzato contro  il decreto del Ministero dell’Ambiente che ha declassato,  col  benestare della Regione Campania,  la Terra dei Fuochi – facente parte di uno dei primi SIN inseriti nel programma nazionale di bonifica sin dal 1998 – trasformandola semplicemente in SIR, ossia in un sito di interesse regionale.

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Al di là dei ritardi e delle inefficienze delle bonifiche, l’organizzazione ambientalista ha anche sottolineato i gravi rischi di illegalità e di infiltrazione ecomafiosa in questo settore, visto che perfino il centro-nord del Paese è stato coinvolto in fenomeni di smaltimento illegale dei rifiuti speciali e pericolosi.

Dal 2002 ad oggi, in base all’elaborazione dei dati condotta da Legambiente, sono state condotte 19 indagini sugli smaltimenti illegali di rifiuti derivanti dalla bonifica dei SIN, con la denuncia di 550 persone, il coinvolgimento di ben 105 aziende sparse un po’ in tutta Italia, e l’emissione di 150 ordinanze di custodia cautelare.

«Se non decollerà il settore delle bonifiche, non riusciremo a riconvertire il sistema produttivo italiano alla green economy», ha ammesso il responsabile scientifico di Legambiente Giorgio Zampetti.

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In conclusione,  il dossier presenta dieci proposte utili a far ripartire i processi di risanamento ambientale in Italia, per garantire maggiore trasparenza sul programma di bonifica, approvare le direttive europee, rendere conveniente l’applicazione delle tecnologie di bonifica, istituire un fondo per le bonifiche dei siti senza proprietario, sostenere l’epidemiologia ambientale, fermare i commissariamenti potenziando anche i controlli ambientali pubblici, introdurre i delitti ambientale nel codice penale e applicare il principio del ‘chi inquina paga’ anche all’interno del mondo industriale a tuttoggi esente, ridimensionando invece il ruolo della Sogesid, società pubblica attiva sulla gran parte dei SIN e al centro di recenti indagini giudiziarie.

Tutto questo sarà possibile?

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