La sostenibilità ambientale nell’agenda Obama del secondo mandato

di Alessandra Mambri del 8 aprile 2013

A pochi mesi dal secondo ticket alla Casa Bianca guadagnato da Barack Obama, è possibile fare il punto sulle sfide che attendono la sua amministrazione in campo ambientale e le prospettive che questo secondo mandato offre. Diversi sono gli analisti che si attendono una politica più aggressiva ed incisiva da parte dell’amministrazione Obama in tema sostenibilità e dintorni, nella consapevolezza che non ci potrà essere un terzo mandato e che per tanto Obama avrà meno remore nel confrontarsi con le importanti lobby energetiche a stelle e strisce.

Ma prima torniamo un attimo indietro, in occasione del giuramento per il secondo mandato: in questa circostanza, Obama aveva sottolineato il suo impegno nella lotta al riscaldamento globale dedicando ben 18 minuti del suo intervento alla sfida ambientale ed alla riconversione energetica.

Nuovamente al centro della sua agenda politica, il presidente aveva alluso ad un vero e proprio piano che avrebbe previsto anche l’utilizzo di tutti gli strumenti possibili in mano all’esecutivo per aggirare l’eventuale opposizione del Congresso (che, ricordiamo, per tutto il suo primo mandato aveva bloccato la sua riforma energetica).

Nel discorso di insediamento – decisamente improntato ad un’agenda liberal – Obama aveva messo nero su bianco la sua intenzione di affrontare l’urgente minaccia dei cambiamenti climatici: “Risponderemo alla minaccia del cambiamento climatico, sapendo che un fallimento in questo campo significherebbe tradire i nostri figli e le future generazioni”.

Così aveva parlato Obama, memore anche del fallimento della legge che nel 2010 avrebbe permesso di limitare le emissioni di gas serra durante il suo primo mandato e che rappresenta un insuccesso che il presidente USA vuole riscattare, conscio dell’importanza della questione global warming.

Ma quali sono le mosse che possiamo attenderci da Obama in questo secondo mandato?
La prima mossa sarà quella di ridurre le emissioni da parte delle centrali elettriche, di quelle in costruzioni e di quelli già esistenti, implementando nuovi standard di efficienza energetica. Nuovi standard anche per elettrodomestici ed edifici, siano essi edifici privati o strutture governative, come il Pentagono, uno dei più grandi consumatori negli Usa, che si sta impegnando a utilizzare sempre di più energia proveniente da fonti rinnovabili. Perché Obama è convinto che un’industria pulita possa servire anche a rilanciare l’economia, al contrario della tesi per cui questi cambiamenti sarebbero una minaccia ai posti di lavoro degli americani e un’opportunità per competitor come la Cina.

Il passo verso fonti sostenibili sarà lungo e difficile”, aveva detto in proposito Obama, “ma l’America non può resistere a questa transizione; noi dobbiamo guidarla. Non possiamo cedere alle altre nazioni la tecnologia che alimenterà i nostri lavori e le nostre industrie – dobbiamo rivendicarne le promesse. È così che manterremo la nostra vitalità economica e il nostro tesoro nazionale – le nostre foreste e le nostre acque; i nostri raccolti e le nostre cime innevate”.

A svolgere un ruolo importante sarà probabilmente l’Environmental Protection Agency (Epa), soprattutto per quel che riguarda le emissioni delle centrali. Le stime della Natural Resources Defense Council in proposito sostengono che le emissioni delle centrali a carbone potrebbero essere tagliate del 25% entro il 2020, ben oltre il 17% promesso da Obama nel 2009 (quando si parlò di un meno 17% nel 2020 rispetto alle emissioni di gas serra del 2005). Insomma ci sarebbero anche i margini per operare, oltre le belle parole del Presidente.

Per il resto, non mancheranno questioni controverse, come nel primo mandato: in primis il ricorso al fracking, ma anche le trivellazioni off-shore ed i nuovi oleodotti previsti negli USA, che dovrebbero fare di questo paese il primo produttore di petrolio entro il decennio.
La questione più spinosa con cui si è subito trovata a fare i conti l’agenda ambientalista di Obama II è quella del Keystone XL, l’oleodotto che dovrebbe portare il petrolio canadese alle raffinerie del Golfo del Messico, la cui realizzazione era stata bloccata dopo le proteste di alcuni degli Stati che sarebbero stati attraversati dalla pipeline. Qui, il Governatore del Nebraska ha approvato un nuovo percorso per l’oleodotto, evitando le zone a rischio ambientale, mossa che quindi apre le porte alla decisione di Obama sul progetto della TransCanada, la società canadese responsabile della realizzazione dell’oleodotto.

Non sarà un’agenda solo verde, insomma, per soddisfare la fame di energia del Paese più energivoro al mondo, ma lo stesso ci saranno sfide formidabili che Obama può portare a casa, per il bene non solo dei suoi compatrioti.

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