Le 4 cose non proprio eco-sostenibili del tonno in scatola

di Giulia Magnarini il 27 settembre 2011 · 5 commenti

Se vi chiedessero cosa non manca mai in una dispensa, probabilmente la prima cosa che vi verrà in mette è il tonno in scatola. In effetti è un rapido rimedio al frigo semi-vuoto: insaporisce un’insalatona, arricchisce un condimento per la pasta e assieme al formaggio fresco dà un gustoso paté da poter spalmare sul pane.

Ma dietro questa praticità e comodità spesso si nasconde una storia di brutta pratica industriale: per poter abbattere i costi di produzione e mantenere il prezzo del prodotto finale relativamente basso l’industria che si occupa della pesca del tonno ha adattato alcune pratiche che hanno condotto però a disastrose conseguenze. In particolare, sono 4 gli aspetti della pesca del tonno in cui l’eco-sostenibilità viene completamente calpestata e che un consumatore consapevole non può ignorare.

La pesca con il metodo longline

Uno dei metodi di pesca più pericolosi per i tonni è il Fish Aggregation Device (FAD), che consiste nel lasciare al largo degli “oggetti galleggianti” dotati di radio-trasmettitore per comunicare la loro posizione ed essere facilmente ritrovati. I tonni in mare aperto sono particolarmente attratti da queste specie di boe e vi si annidano anche alghe e polpi, piccoli pesci e gli stessi pesci più grossi ne sono attirati perché lo trovano un fertile terreno di caccia. In poche settimane attorno ad un FAD si può sviluppare un intero eco-sistema che viene completamente spazzato via quando i pescherecci ritornano a raccoglierlo. La gravità della cosa è chiara: un FAD non attrae soltanto le specie destinate alla pesca ma ne attira molte altre ed, in particolare, i giovani esemplari. Lo sterminio di pesci giovani significa che quella specie andrà incontro a seri problemi di estinzione, perché non ha il tempo di riprodursi. Una delle specie a rischio è proprio il tonno della varietà pinnagialla.

Anche la tecnica di pesca detta “longline” è da condannare perché oltre che per il tonno è pericolosa anche per tartarughe e uccelli marini. Si utilizza un enorme rete attaccata a due pescherecci, sorretta nel mezzo dalle boe e lunga a volte anche per chilometri. E’ gettata in mare aperto ed è percorsa ogni decina di metri da un lungo filo che termina con un amo e l’esca. La rete, trascinata da pescherecci, al momento della raccolta contiene non solo tonni. Oltre il 30% è costituito pesci che non sono commerciabili ma che vengono comunque pescati. Questa tecnica è una delle maggiori cause di morte per le tartarughe, che rimangono impigliate e non riescono a ritornare a galla per respirare. E così annegano. E anche per gli albatros e altri uccelli marini che si tuffano pensando di poter pescare del cibo e rimangono intrappolati.

Una delle maggiori cause di danni all’eco-sistema è anche la pesca di frodo in mare alto: ci sono delle zone, conosciute come il “farwest” dell’oceano. Si trovano oltre i confini delle acque territoriali e quindi molto lontane dalla costa (oltre le 200 miglia). Qui non vige nessuna legge relativa ad un paese specifico ed i pescherecci, non dovendo rispettare nessuna regolamentazione riguardo quote e limiti di pesca, agiscono in maniera totalmente incontrollata e certamente non-sostenibile. Questo riduce le possibilità dei Paesi che vivono della pesca del tonno.

Tonni in mare aperto

Il pesce viene anche rubato. Ci sono nazioni ricche come Taiwan, Spagna e gli  stessi Stati Uniti che hanno letteralmente saccheggiato le acque dell’Oceano Pacifico, privando piccoli stati come Kiribati e Tuvalu della loro unica fonte di reddito, la pesca. Servirebbero delle leggi internazionali e un supporto concreto che consentissero a questi stati di praticare in modo equo ed onesto la pesca del tonno. Recentemente questi piccoli Stati si sono uniti nel Parties to the Nauru Agreement (PNA) per proteggere sia l’esistenza dei tonni che le popolazioni che vivono della loro pesca.

Il consumatore consapevole può (e deve) adottare delle contromisure quando pensa di trovarsi di fronte a pratiche di questo tipo: cercare di comprare confezioni di tonno in scatola che non è stato pescato attraverso queste tecniche devastanti (FAD, longline, frodo) ma che provenga invece da paesi in cui è adottata la pesca tradizionale. Sulle scatolette si può trovare evidenziata la dicitura che l’azienda che lo produce, non è ricorsa a questi metodi di pesca e sostiene il PNA.

Ma a volte solo il web ci permette di “pescare” tutte queste informazioni. Guarda il video di denuncia fatto da Greenpeace sulla pesca con il metodo FAD e scopri quanto sia devastante per i poveri tonni!

 

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Stefano settembre 27, 2011 alle 1:29 pm

Trovo quantomeno ridicolo che a lato di questo responsabile e illuminante articolo, appaia un banner che pubblicizza scorpacciate di sushi a prezzi stracciati. E’ sì vero che non bisogna distrarsi dai contenuti della discussione ma un minimo di coerenza in questo contesto non guasterebbe.

salvo settembre 27, 2011 alle 2:04 pm

Ciao Stefano, a me appare un banner del fotovoltaico, ma se a te appare il banner di Groupon che pubblicizza offerte per ristoranti giapponesi, hai ragione, sono gli scherzi del contextual adv di Google AdSense.
Qualcuno sa come possiamo risolvere la cosa? Possibilmente senza togliere tutti i banner dal sito, visto che (un pochino, non del tutto…) si sostiene grazie alla pubblicità.

Ivan settembre 27, 2011 alle 6:45 pm

POLIPI?????? Forse volevevate scrivere POLPI????

salvo settembre 27, 2011 alle 7:21 pm

Eh, si, FORSE si! Grazie Ivan, ora correggiamo

Daniele maggio 23, 2012 alle 12:29 pm

forse per aiutare i lettori e i consumatori sarebbe utile fornire anche qualche soluzione, eccone una virtuale, ma molto concreta!
http://www.consumaregiusto.it

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