Le vittime vogliono un risarcimento per l’incidente nucleare di Fukushima

di Erika Facciolla del 6 marzo 2013

Quando l’11 marzo del 2011 i sistemi di raffreddamento dei reattori nucleari di Fukushima hanno smesso di funzionare a seguito del terremoto e del conseguente tsunami che ha sconvolto il Giappone, la vita degli abitanti di molti villaggi e città della costa nord-orientale del paese è drammaticamente cambiata.

A quasi due anni dal disastro nucleare la conta dei danni non è ancora terminata e le vittime del disastro chiedono allo stato e all’azienda responsabile (l’azienda Tokyo Electric Power Company) degli impianti un risarcimento per i danni subiti. Sì, perché chi non ha perso la vita ha perso tutto il resto: casa, lavoro, salute, affetti e, sicuramente, la certezza di un futuro sereno.

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La legge giapponese varata nel 1961 quando l’industria nucleare della nazione era ancora agli albori, prevede che in caso di incidenti la responsabilità dell’operatore nucleare sia indipendente ‘dalla colpa, negligenza o intenzione di nuocere’; per ‘danno nucleare’, inoltre, la legge intende “qualsiasi danno causato dagli effetti del processo di fissione del combustibile nucleare, o della radiazione dal combustibile nucleare ecc, o della tossicità di tali materiali“, il ché include tutti gli effetti (primari e secondari, diretti e indiretti) sul corpo e la salute umana.

Il problema, però, è che l’atto legislativo non stabilisce i dettagli pratici e le modalità di richiesta dei risarcimenti, sottovalutando la preparazione finanziaria necessaria ad un possibile disastro nucleare come quello che ha colpito Fukushima.

Il risultato è che i 120 miliardi di dollari previsti dal fondo assicurativo di TEPCO non sono stati neanche lontanamente sufficienti a coprire i risarcimenti per le vittime dell’incidente e la posizione dello Governo – che l’articolo 16 della legge cita come garante finale in caso di incidenti nucleari – risulta parecchio controversa.

Una controversia destinata a complicarsi ulteriormente alla luce delle centinaia di migliaia di richieste di indennizzo che stanno arrivando da parte di tutti coloro che hanno perso in la propria attività, e con essa, la principale fonte di sostentamento.

Il settore agricolo, come sappiamo, è stato il primo ad avvertire la terribile onda d’urto della contaminazione nucleare e per le migliaia di coltivatori di riso, allevatori di bestiame, pescatori  e contadini che hanno dovuto abbandonare le proprie case e i propri terreni non c’è stata via di scampo. I livelli di cesio e di altre sostanze altamente tossiche rilevate nelle coltivazioni, nelle acque e nel latte degli animali erano (e ancora oggi sono) talmente elevati che l’evacuazione obbligatoria e immediata della popolazione è stata inevitabile e la loro commercializzazione impossibile.

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Così le mandrie sono state macellate, le colture distrutte o abbandonate a sé stesse e i contadini trasformati in un popolo di esuli che ha ormai perso la speranza di ritornare alla vita di prima. Come se tutto ciò non bastasse, le richieste di risarcimento che queste persone stanno  inviando alla TEPCO rischiano di rimanere impilate sulle scrivanie dei responsabili, così come i reclami  e i solleciti di pagamento di chi, a distanza di 2 anni, ancora aspetta di ricevere il primo assegno!

Alcuni di loro non riceveranno nulla, molti altri dovranno accontentarsi di un risarcimento provvisorio, centinaia di domande di indennizzo verranno soppresse se ritenute ‘non conformi’ alla complessa e cervellotica prassi burocratica predisposta per raccogliere le richieste (i moduli da compilare sono più di 50) che ha richiesto un potenziamento degli uffici e del personale per l’applicazione della procedura, con una cifra pari a 1.000 miliardi di dollari in due anni.

La battaglia adesso è in mano agli avvocati che in tribunale tentano, da una parte, di procrastinare le pretese dei cittadini fino a quando lo Stato non deciderà di assumersi maggiori responsabilità, dall’altra, di rimandare il giorno in cui la TEPCO verrà nazionalizzata visto che, allo stato attuale, non è in grado di affrontare una simile responsabilità finanziaria con le proprie forze.

E nel bel mezzo di questa enorme tragedia umana, ambientale ed economica c’è chi ha avuto il coraggio di proporre agli agricoltori disoccupati di ripulire l’impianto nucleare per 12.000 yen al giorno (circa 95 euro).

Riuscite ad immaginare qualcosa di più surreale, paradossale e anche offensivo?

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