Mais tossico per l’alimentazione sarà usato per fare biogas

di Erika Facciolla del 2 settembre 2013

Una vicenda complicata, ma utile da approfondire, quella che ripercorreremo oggi: parliamo delle centinaia di migliaia di tonnellate di mais contaminato dalle micotossine delle muffe che nei mesi scorsi ne avevano reso impossibile l’utilizzo e la vendita. Il mais in questione, infatti, verrà utilizzato per produrre biogas. Prima di darvi conto di tutti i dettagli facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire come è iniziato tutto.

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Dopo la caldissima estate 2012 tanti paesi, tra i quali l’Italia, hanno dovuto fare i conti con raccolti scarsi e danneggiati dalle temperature alte e dall’assenza di precipitazioni. Le colture che ne hanno maggiormente risentito sono state quelle di mais la cui produzione è calata drasticamente anche per effetto di un altro, grave problema: i livelli altissimi di micotossine che rendono inutilizzabile il mais anche come mangime per gli animali. La notizia è stata ampiamente dibattuta sui siti specializzati come ‘Il Fatto Alimentare’ e in pochi giorni ha fatto letteralmente il giro del web sollevando perplessità e preoccupazione anche tra gli esperti.

Le micotossine, infatti, sono molecole dannose per l’organismo prodotte dal metabolismo di diversi tipi di muffe che si formano sulle piante. Il caldo particolarmente intenso della scorsa estate ha fatto sì che queste muffe proliferassero più del normale, aumentando la quantità di micotossine presenti nel mais, oltre i livelli massimi stabiliti dall’UE.

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Il problema ha riguardato soprattutto le colture di Romania, Ungheria, Serbia, Usa e Italia con conseguenti (e gravissimi) disagi economici legati ad un prodotto bloccato nei magazzini e senza più mercato. In Germania, In particolare, lo stock di mais serbo bloccato nei container era di 10.000 tonnellate, ma quel che è peggio è che altre 10.000 tonnellate sono comunque andate in consegna ad altrettanti allevatori e produttori di mangimi, con un potenziale rischio di contaminazione del latte davvero altissimo.

Una situazione, dunque, che ha fatto scattare tanti campanelli d’allarme e ha messo in crisi la sicurezza  dell’intera filiera produttiva alimentare già duramente provata dalla scarsa disponibilità di derrate agricole primarie, come appunto mais e cereali. Le soluzioni al vaglio degli esperti per risolvere il problema sono state tante, così come i dubbi e le perplessità su ogni possibile strategia adottabile per ‘liberare’ quelle 350 mila tonnellate di granaglie bloccate. Ma è di pochi giorni fa la notizia che, almeno in Italia, il prodotto alterato dalle micotossine sarà utilizzato per produrre biogas.

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L’accordo è stato raggiunto dalle amministrazioni regionali di Veneto, Emilia-Romagna e Lombardia – in sintonia con le principali organizzazioni agricole e consorzi di biodigestori – dove gli oltre 500 impianti di biogas distribuiti su tutta la Pianura Padana utilizzeranno il mais per creare energia rinnovabile. Un accordo che dovrebbe garantire alti standard di sicurezza per tutta la durata del ciclo produttivo, in ottemperanza ai parametri stabiliti dal Ministero della Salute.

Tutte le imprese che vorranno aderire all’iniziativa potranno farlo sottoscrivendo un modulo disponibile sul sito internet delle tre Regioni (www.ermesagricoltura.it/, www.agricoltura.regione.lombardia.it, www.regione.veneto.it).

Ovviamente c’è da chiedersi se l’utilizzo di mais contaminato a fini energetici non sia pericoloso per la salute umana e per l’ambiente, ovvero, se la combustione delle micotossine non generi esalazioni nocive o altri ‘danni’ collaterali non facilmente prevedibili. Studi commissionati dalla Regione Lombardia escludono ogni tipo di ‘controindicazione sanitaria’ legata all’utilizzo delle granaglie nei biodigestori. La granaglia, infatti, non danneggerebbe l’impianto e lo stesso processo di “digestione” ridurrebbe sensibilmente la quantità di aflatossine.

Nessun problema anche per il digestato derivante dall’utilizzo di questi prodotti; sono molte, infatti, le evidenze scientifiche che escludono il pericolo di contaminazione dei terreni dove verrà distribuito. Le aflatossine – precisano gli esperti – non sono all’interno della pianta, ma al di sopra, e da sempre si depositano sui terreni sotto l’azione delle piogge senza provocare danni.

Ma perché l’emergenza scatenata dalle micotossine del mais si trasformi in una bella opportunità economica per il nostro Paese anche in futuro è necessario dare vita ad un sistema di tracciabilità affidabile, sicuro e rigoroso. Questo presuppone un controllo serrato sulla base di tre parametri imprescindibili: la dichiarazione di possesso delle partite inquinate da parte degli stoccatori e degli agricoltori; l’identificazione sui documenti di trasporto; lo stoccaggio in magazzini dedicati e identificabili (Fonte: Elias, Assessore Attività Agricole Reg. Lombardia). Massimo impegno e attenzione altissima: la salute dei consumatori e la salvaguardia dell’ambiente dipendono sempre di più da questi presupposti.

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Lanice ottobre 11, 2013 alle 3:45 pm

Come evitare di impiegare acqua, combustibili, antiparassitari, spendere un sacco di soldi per poi dover buttare tutto (un terzo della produzione, nel 2012) e dover spendere altri soldi per importare il mais necessario all’alimentazione del bestiame?
C’è una soluzione?

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