The Meat Atlas, il libro che ci dice tutto sul mangiare carne

di Erika Facciolla del 29 maggio 2014

Da dove viene la carne che mangiamo e quanto è costata all’ambiente prima di arrivare sulle nostre tavole? Quando addentiamo una bistecca o un hamburger, siamo davvero certi della loro ‘commestibilità’ oppure c’è qualcosa che dovremmo sapere? La risposta a queste e altre domande sul tema potrebbe essere trovate nel libro ‘The Meat Atlas’, un interessante ‘atlante della carne’ pubblicato dalla Heinrich Boell Stiftung (partito tedesco dei Verdi) e promosso dall’associazione ambientalista ‘Friends of the Earth’ che ci svela tutto, ma proprio tutto, sugli impatti globali dell’industria mondiale delle carni e dei prodotti caseari e sulla ‘sostenibilità’ di una ‘dieta’ che foraggia un giro d’affari di decina di miliardi di dollari all’anno.

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Incoraggiare un consumo responsabile della carne, e con essa, delle risorse della Terra: è questo l’obiettivo principale del Meat Atlas che invita il lettore a comprendere le reali conseguenze che il consumo eccessivo della carne ha sulla biodiversità, sui cambiamenti climatici e perfino sulla disponibilità di risorse alimentari ed economiche nelle zone più disagiate del Pianeta dove quasi un miliardo di persone, ancora oggi, soffrono la fame. Oltre al danno ecologico e sociale, l’industria delle carni crea allevamenti intensivi dove, a dispetto di quel che si vuol far credere ai consumatori, non c’è rispetto né attenzione per il benessere degli animali destinati al macello.

Non una campagna allarmistica, ma uno strumento educativo che vuole evidenziare le conseguenze economiche e ambientali che comporta l’attività dei grandi allevamenti mondiali, un’attività sempre più appannaggio di pochi colossi agroalimentari (a danno dei piccoli allevatori locali) e sempre più frenetica (nonostante la crisi globale dei consumi) che entro il 2022 potrebbe conoscere una aumento dell’80% della domanda di carne e latticini grazie alle economie emergenti asiatiche.

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Il problema, dunque, è che si mangia troppa carne e molta di più se ne mangerà tra qualche anno. Un trend che preoccupa gli esperti visto che la crescita della domanda di carne metterà a dura prova la capacità di tutelare le esigue risorse del pianeta, prime fra tutte quelle idriche. Il cambiamento, dunque, è necessario, non solo nella nostra dieta, ma anche nel modo in cui si produce la carne che mangiamo: mangiare carne, insomma, non dovrebbe dire danneggiare inevitabilmente l’ambiente e le economie delle popolazioni più povere.

E poi c’è la questione della qualità della carne che consumiamo quotidianamente, della sua provenienza e delle condizioni degli allevamenti intensivi in cui vengono costretti ad una vita di sofferenze e stenti milioni di animali ogni anno. Tra ormoni e antibiotici, circa il 60% della carne di una mucca è tecnicamente ‘immangiabile’ e considerando che per produrre una bistecca occorrono più di 1.800 litri di acqua, vuol dire che le nostre diete eccessivamente ‘carnivore’ hanno un pessimo impatto sia sulla nostra salute che sull’ambiente.

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I più sensibili alle implicazioni etiche dell’industria mondiale della macellazione dovrebbero sapere che gli animali macellati in tutto il globo sono quasi numericamente incalcolabili; la sola JBS SA – multinazionale brasiliana con più di 150 impianti industriali in tutto il mondo – abbatte 85.000 capi di bovini, 70.000 suini e 12 milioni di uccelli ogni giorno. Avete capito bene: non all’anno, al giorno!

Ed è quasi ridondante parlare delle condizioni in cui questi animali vengono tenuti in vita e della crudeltà delle tecniche di macellazione adottate che le grandi aziende del settore tengono ben nascoste agli occhi dei consumatori continuando a pubblicizzare pascoli verdi popolati da animali liberi e felici.

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Cosa fare, dunque?

Punto primo: convertire gli allevamenti intensivi che stanno causando al distruzione della biodiversità e promuovere la nascita di allevamenti su piccola scala e di un uso appropriato dei terreni agricoli.

Punto secondo: non occorre diventare improvvisamente vegetariani e vegani, ma limitare il consumo eccessivo della carne e incentivare l’uso di tecniche produttive più sostenibili  che favoriscano la crescita economica mondiale senza distruggere il pianeta e senza creare ‘nuovi poveri’.

I primi due passi fondamentali verso il risanamento economico, ecologico e sociale della nostra civiltà.

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